La parola a Tavernier

“Macché filosofi e sociologi, il cinema capisce sempre prima”, dice il regista francese. Leone alla carriera (e selezionatore) al Lido
La parola a Tavernier

Bertrand Tavernier del cinema non è soltanto un regista. Ma un appassionato, critico, storico, curioso lettore. E’ questo suo modo di affrontare lo schermo da molte prospettive che la Mostra del Cinema di Venezia gli riconosce come grande virtù e dunque, meritatissimo, arriva un Leone d’Oro alla carriera. Per lui, però, il Lido non è solo il prestigioso riconoscimento al lavoro di una vita, ma un impegno concreto. Infatti, presenterà personalmente al pubblico, avendo avuto a disposizione una “carte blanche” nella loro selezione, quattro capolavori europei racchiusi nella sezione “Venezia classici”. E vale la pena citarli: Pattes blanches di Jean Grémillon (Francia, 1949), La Lupa di Alberto Lattuada (Italia, 1953), Sonnenstrahl di Pál Fejös (Germania/Austria, 1933) e A Matter of Life and Death di Powell e Pressburger (Regno Unito, 1946).
A proposito di vita e di morte. Era il 1980 quando Roddy si faceva impiantare una telecamera in un occhio per filmare il dolore e la morte. Bertrand Tavernier, girando La morte in diretta non pensava proprio al futuro?
Credevo fosse un film di fantascienza. Quindici anni dopo era diventato neorealista. Oggi, è realtà. Tutti hanno qualcosa in mano con cui filmare la vita degli altri. Il numero degli studenti che hanno commesso delitti e li hanno filmati mentre li compivano, condannati perché spie di se stesse, è una testimonianza angosciante della loro stupidaggine. Sono allarmato: educatori, filosofi e sociologi non hanno ancora compreso l’emergenza sociale che stiamo vivendo. Il cinema, invece, capisce sempre prima.
Senza ottimismo. Ma combattente.
Non sono particolarmente ottimista. Ma nemmeno ho nostalgia per i tempi passati. Ho il rimpianto per alcune cose che non ci sono più. Non penso, però, che il progresso sia sempre foriero di bontà. Mi sento di dover continuare a combattere per preservare ciò che è importante per la vita e per la cultura.
Nel 2010 a Cannes La princesse de Montpensier. Storia come passione.
Ambientato durante le guerre di religione in Francia nel XVI secolo. Mentre lo giravo pensavo al mondo d’oggi, perché quel soggetto per me era moderno. Allora in nome dell’amore di Dio si massacravano gli Ugonotti, oggi i cattolici. Il personaggio di Marie, che è costretta a sposare il principe di Montpensier senza averlo mai conosciuto, è una donna senza diritti che potremmo incontrare tra i musulmani, i mormoni, gli ebrei ortodossi o i protestanti fondamentalisti americani.
Film senza protezione.
Quel film non è mai uscito nel vostro Paese. Bisognerebbe che l’Europa iniziasse a proteggere i suoi film. Sono andato più volte a Bruxelles perché ritengo che la Commissione europea voglia distruggere il diritto d’autore e non sarebbe giusto. Mi sarebbe piaciuto vedere sostenere questa battaglia anche da parte dei registi italiani.
Il passato per riflettere. Il 1719 in Che la festa cominci…, la Prima Guerra Mondiale de La vita e niente altro e Capitan Conan.
La storia per me è una fonte di formidabili soggetti drammatici. Quando leggo una biografia o un saggio su una certa epoca, dentro di me nasce subito un film. La storia ha anche il vantaggio che ti aiuta ad essere analitico e contemporaneamente a selezionare ciò che è importante ai fini di una narrazione o dell’emozione.
Philippe Noiret: l’attore di una vita.
Gli devo tutto, ha sempre creduto in me anche quando i produttori di Parigi ci sbattevano la porta in faccia. E per questo ho sempre voluto lavorare con lui. Per riconoscenza e perché era straordinario. Aveva humor e cultura, conosceva tutti i personaggi e le loro emozioni. Per me è stato il Mastroianni francese.
Quai d’Orsay – Un ministro francese
. La Francia che non conosciamo.
Mi affascinava il fumetto di Lanzac & Blain sulla vita supersonica di questo Ministro degli esteri francese, che ricorda molto Dominique de Villepin, e di come dal caos vorticoso creato da quest’uomo politico, incapace di rispettare la vita privata di chi gli sta attorno, siano soffiate energie che hanno portato a uno dei discorsi tra i più alti nella storia della diplomazia francese, quello pronunciato all’ONU il 14 febbraio 2003 dal vero Villepin contro la guerra in Iraq. Ancora una volta il contesto sociale e politico in cui sono immersi i miei personaggi è fondamentale. Non potrei concepirli separati dal mondo.
Il prossimo soggetto è ancora francese.
Due film intitolati Il mio viaggio nel cinema francese, fatti anche di immagini d’archivio. Un omaggio e un ricordo.
“Un autore completo, istintivamente anticonformista, coraggiosamente eclettico”. Le parole di Alberto Barbera, direttore della Mostra, motivando il Leone.
Mi piace essere completo, ma adoro la definizione di anticonformista ed eclettico. Ho sempre amato i registi che hanno dato prova d’immaginazione. Penso a Michael Powell, Kurosawa, Jean Renoir, Bergman. Ci sono due tipi di registi. Ci sono i minatori che scavano nella miniera andando alla ricerca di qualcosa di sempre più puro. E poi ci sono i contadini, che coltivano il grano e il mais e allevano i polli e il bestiame. Lavorano in modo tradizionale, si occupano di tante diverse piccole cose. Io sono un contadino.

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