Je suis Catherine Deneuve

"Nella vita manipolare è uno sforzo inutile. Se si sa quel che si vuole, si è sulla strada giusta", dice l'attrice francese. A Berlino con Sage femme
Je suis Catherine Deneuve
Catherine Deneuve @Pietro Coccia

Catherine Deneuve è una delle icone del cinema europeo. 73 anni di cui 60 passati sul grande schermo. Alla 67ma Berlinale l’attrice francese è venuta a presentare Sage Femme, un film senza molta sostanza ma con una Deneuve leggendaria. Sage femme racconta la tenera amicizia, e alleanza, tra una quieta signora di mestiere ostetrica e la travolgente ex amante del padre, Catherine, che ha dissipato una vita tra amori, champagne e tavoli da gioco e non se n’è mai pentita.
Quanto somiglia  Catherine Deneueve a Béatrice?
Non mi sento come lei. Ma capisco le sue motivazioni. Questa donna vive nel momento, si lascia trasportare, è spontanea. Non è particolarmente ragionevole, almeno non nel senso borghese della parola. Sono molto diversa, ma una cosa amo di lei: ha capito che nella vita controllare, manipolare, indirizzare, sono sforzi inutili. Se si è in contatto con sé stessi, e si sa quel che si vuole, si è sulla strada giusta.
Il rapporto tra Beatrice e Claire  sembrerebbe quello classico di madre e figlia, anche se Béatrice  è solo stata l’amante del padre, trent’anni prima. Béatrice torna dopo trent’anni nella vita di Claire. Conosce  cosa significa riacquistare confidenza con qualcuno che scomparso per tanti anni?
Sì. Ma non dico altro. È una faccenda molto personale. In ogni caso qui non si tratta di un rapporto madre figlia, ma tra due donne. È difficilissimo ricostruire la fiducia con chi si è perso, con chi se ne è andato. Le nostre difese ci portano ad allontanarci, a non riconoscere, a chiudersi. In alcuni casi però è possibile ritrovarsi. Se succede, è un momento meraviglioso. La vita chiude un cerchio doloroso.
Catherine Deneuve è esplosiva nel ruolo di una Béatrice capricciosa, assetata di vita, impertinente. L’antitesi dell’icona inavvicinabile creata dall’amico di una vita Yes-Saint-Laurent.
Si è sempre voluto vedermi come parte integrante dell’establishment borghese parigino. Falso! Quest’immagine borghese non ha mai corrisposto alla realtà. Si tende, i media tendono, a catalogare tutto, a ricondurre le persone note in luoghi chiusi dal recinto delle definizioni. Io non sono mai stata una cosa, e sicuramente non una borghese inavvicinabile.
Ha recitato di tutto in sei decadi: la femme fatale, la prostituta casalinga, l’assassina psicotica, si è sempre cercata registi che la sfidassero, come Lars von Trier, tra gli ultimi. C’è un fil rouge?
Complessivamente i miei ruoli sono accomunati da una ricerca. Un mettersi in discussione. La ricerca del contrario delle convenzioni. La ricerca del momento in cui si ha la sensazione di aver vissuto appieno.
François Truffaut ha detto di lei: Catherine Denevue è un vaso in cui si può mettere qualunque fiore. Uno strano complimento.
Truffaut l’ha detto perché per lui ci sono attori e attrici che sullo schermo non impongono emozioni o espressioni. Hitchcock l’ha detto diversamente:  non mi piacciono le attrici che hanno l’erotismo sul volto. È l’idea che lo spettatore in un volto  può vedere o mettere anche qualcosa, o molto, di sé. E così creare un immagine di sé.
Le passioni di Catherine Deneuve a 73 anni?
Sono diventata una persona malinconica. È l’età. Ma il mio cuore è coraggioso. Ho un approccio ottimista alla vita che mi scorre nel sangue, ma non eccessivamente ottimista. Niente è impossibile, anche se non ce la si fa. Quello che conta è tentare. L’orgoglio di restare fedeli.

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