Gran Clint

Eastwood si autodirige in una storia ambientata ai nostri giorni: rigoroso, essenziale e tragico. Da venerdì in 320 sale
11 marzo 2009
Gran Clint
Clint EastwoodGran Torino

Se Clint non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Ringhia dall’inizio alla fine di Gran Torino, in una perfetta sintesi dei personaggi interpretati in oltre 50 anni di carriera. “Forse gli eroi non esistono (…) Avranno combattuto per la patria, ma sono morti per i loro amici” dice la voce fuori campo in Flags of Our Fathers, magnifico pezzo di quel puzzle che va componendo da tempo.
Il fattore umano, la condanna dell’ipocrisia e il crimine più grande: la perdita dell’innocenza, intesa spesso come abuso sui minori, sono da sempre al centro della poetica di Eastwood. In Changeling e in Mystic River parte tutto da una violenza, presunta e accertata in seguito, su un bambino. E Gran Torino, seppur in modo diverso, non fa eccezione: Walt Kowalski, dal cognome polacco, duro, intransigente, veterano della guerra di Corea (anche Clint nella realtà ha combattuto in Corea) non fa nulla per mascherare l’odio che nutre nei confronti dei vicini, cosiddetti Hmong, termine ombrello per le popolazioni provenienti da Laos, Thailandia e dai paesi in generale che hanno appoggiato gli americani durante il conflitto (in quanti se lo ricordano?).
Kowalski è costretto a condividere un fazzoletto di terra con un crogiuolo di razze (nel quartiere ci sono anche latino americani), perlopiù asiatici che gli riportano alla mente fatti dolorosi del passato. Walt, che la giovane vicina, chiama Walle, è la versione invecchiata e plausibile di Dirty Harry (l’ispettore Callaghan) e ci sputa sopra, nel senso letterale del termine, sul coacervo di contraddizioni, sull’America che non ha più un’identità e ha perso i valori di riferimento. Spietato, inflessibile, pistola e fucile a portata di mano, è un teschio privo di emozioni. La moglie è appena morta (il film inizia e finisce con un funerale), con i figli non è riuscito a instaurare alcun rapporto.
Solo la bandiera americana, issata 24 ore su 24, e la sua fiat Gran Torino (passione di Starsky e Hutch) sono ragione di vita. In principio Walt non è diverso dal giustiziere che predicava l’uso della forza come unico rimedio per sconfiggere il nemico, criminale o vietcong che fosse. E’ figlio di quell’America di frontiera che reagiva con leggi primordiali, occhio per occhio dente per dente.
Ma il personaggio, come l’uomo che aveva incominciato la sua carriera a cavallo, stile John Wayne (chissà perché Eastwood non ha ancora fatto un film dai libri di Cormac McCarthy), si trasforma lentamente. Nella realtà è diventato un regista unico nel suo genere, dapprima orientato verso un cinema più personale, legato ai suoi interessi, mentre l’attore si è allontanato progressivamente dal modello Callaghan ed è diventato emblematico: eroe, non più assoluto, con un sentimento nostalgico per l’America che sta scomparendo. Il mondo perfetto, a cui aveva inflitto un colpo letale già con Gli spietati, è andato in mille pezzi con Mystic River, Million Dollar Baby (per chi lo ricorda, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, e anche Potere assoluto), variazioni sul tema dominante nel percorso di Eastwood, imperniato su due parole: etica e onestà. Che spinge alle estreme conseguenze con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, facce della stessa medaglia, la tragedia della guerra: non solo brutalità e orrore, ma perdita di se stessi. Di nuovo in Changeling, da un’angolazione diversa: l’innocenza straziata, i sorprusi degli uomini, l’aberrazione della pena di morte, la corruzione.
Dalla Los Angeles degli anni ’20 in cui Angelina Jolie combatte una battaglia senza speranza per ritrovare il figlio rapito a oggi, a Kowalski. La storia è un pretesto per dialogare con un mondo che non gli appartiene e non capisce, ma per cui è pronto ancora una volta a sacrificarsi. Da buon soldato americano.

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