Su una certa tendenza del cinema polacco

Da Katyn a Wolyn, il grande schermo mette a fuoco la Storia, ma il pericolo sono le diottrie del presente. Lo dicono i film, lo ribadisce un museo
Su una certa tendenza del cinema polacco

La storia, che non passa. La memoria, che non tiene. Ma prima di venire al cinema, andiamo al museo, quello sulla Seconda Guerra Mondiale inaugurato a Danzica pochi mesi fa.

Otto anni di progettazione e lavori, cento milioni di euro di costo, commissione dell’attuale presidente del Consiglio europeo e allora primo ministro polacco Donald Tusk, il museo esce dalla terra squadrato e sghembo, trasparente di vetro e rosso di metallo, sorge in un quartiere interamente distrutto dalla guerra, che proprio a Danzica si accese il 1° settembre 1939.

 

La nostra guida pecca di eccessivo pathos, e soverchio nazionalismo, ma ha ragione quando ascrive a Gdansk un ruolo centrale nel XX secolo: lo scoppio del secondo conflitto mondiale, il collasso del comunismo, e dell’Unione Sovietica, perché prima del crollo del Muro di Berlino ci fu Solidarnosc, fondato nel 1980 e guidato da Lech Walesa. I cantieri navali e la sede di Solidarnosc, un palazzone di ferro arrugginito, sono a un tiro di schioppo dal Museo, che è devoto a una causa primaria: mostrare, dimostrare e ribadire come la Polonia fu vittima singolare se non esclusiva di due delle tre superpotenze dell’epoca, la Germania nazista e la Russia stalinista.


La nostra guida – l’abbiamo visitato con un gruppetto di giornalisti e ospiti stranieri del 42. Polish Film Festival di Gdynia – martella incessantemente sulla questione, con una spiccata avversione per Stalin, ma anche senza il suo audio installazioni, reperti, testimonianze e struttura stessa del museo basterebbero, e avanzerebbero, a restituirne il senso:

 

la Polonia smembrata a tavolino da Stalin e von Ribbentrop, la Polonia quale stretto e mutevole spazio tra due fuochi, la svastica e la falce e martello, la Polonia devastata dalla tettonica a placche della geopolitica.

 

L’accento è sulla guerra totale, le vittime civili il basso continuo, un corridoio grigio l’arteria principale, su cui si innestano le sale dedicate alla nascita del totalitarismo, al terrore e alla resistenza. Questa che è l’esposizione principale si trova tre piani sottoterra: per occultare – la guida pretende – l’aberrazione della guerra come farebbero e vorrebbero i bambini; più realisticamente diremmo, a mo’ di dardo o bomba conficcato nel terreno.


Nonostante per un non polacco l’ermeneutica polacca della Seconda Guerra Mondiale e del successivo controllo sovietico, ché non ci fu vera Liberazione, appaia in tutta la sua apodittica evidenza, per il governo guidato dal partito di estrema destra euroscettico Diritto e Giustizia (PiS) si sarebbe potuto e dovuto fare meglio: il museo è stato al centro di un’accesa disputa, in particolare tra il direttore Paweł Machcewicz e il ministro della Cultura, arrivata in tribunale, con strascichi, ramificazioni e sviluppi ancora oggi imprevedibili.


Si è perfino parlato di fondare un altro museo vicino, a Westerplatte, e gemello, per ridimensionare questo (e demansionare Machcewicz), insomma,

 

la politica è entrata a gamba tesa, pretendendo di raccontare, se non usare tout court, la storia a proprio piacimento e per i propri fini. Indirizzo ideologico e direzione del consenso, perché la storia siamo noi, sempre. Lo è anche il cinema, e come altrimenti?

 


La storia, e la memoria, sono oggi lo sceneggiatore principe del cinema polacco, e la Seconda Guerra Mondiale fa sovente da calamaio. Con più di qualche semplificazione, possiamo dare un’alfa a questo rinnovato interesse storiografico con Katyn dello scomparso maestro Andrzej Wajda, che nel 2008 riesumò su schermo una delle pagine patrie più dolorose: 22mila ufficiali dell’esercito polacco sterminati dalla polizia politica di Stalin, l’NKVD, nella primavera del 1940 e seppelliti in fosse comuni nelle foreste di Katyn, Tver e Kharkov. I tedeschi le scoprirono nell’aprile del 1943, ma il governo sovietico negò le accuse – sostenendo, viceversa, che i polacchi fossero stati giustiziati dai nazisti nell’agosto del 1941 – fino al 1990, quando Eltsin dichiarò ufficialmente che il massacro era stato ordinato da Stalin.

In realtà, tutti sapevano, ma non se ne poteva parlare: al dramma dei morti si univa quello dei parenti vittime di menzogna. Disse l’allora direttore dell’Istituto Polacco di Cultura in Italia Jarek Milkolajewski, “tutte le famiglie polacche hanno un morto a Katyn, è una tragedia che ha toccato ognuno di noi. Wajda ha girato Katyn per informare: ha sempre fatto film di testimonianza storica, a volte rinunciando perfino alle sue ambizioni artistiche nel nome della verità”.

 

Un’osservazione che oggi diviene opportuno rilievo critico per molta della “progenie” di Katyn: in breve, l’urgenza della storia, pardon, Storia ha spesso la meglio sulla finezza del racconto. Al confronto Wajda pare un gigante, cosa che è effettivamente stato.

 

Se il cineasta toccò già l’argomento con il capolavoro Cenere e diamanti (1958), sessant’anni più tardi i cosiddetti “soldati maledetti” della resistenza polacca anticomunista hanno agio in The Damned One (Wyklety) di Konrad Lecki, che inquadra la caccia operata dalle forze di pubblica sicurezza ai danni di questi, chiamiamoli così, partigiani.


Volevano la corona sull’aquila, e dopo aver combattuto i nazisti non volevano sottostare al giogo sovietico: il protagonista Lolo (Wojciech Niemczyk, intenso) torturato, braccato, prostrato – gli uccidono la compagna e gli mettono in orfanotrofio il figlio – nondimeno combatterà per 18 anni nei boschi, fino al 1963. Da far impallidire i giapponesi nella giungla. Discretamente girato, ancor meglio interpretato, The Damned One rinfocola, semmai ce ne fosse bisogno, l’anticomunismo polacco, e al contempo alimenta l’eroismo nazionale, eppure, a Gdynia il regista Lecki alza il tiro e allarga il campo: “Racconto tempi drammatici in cui si dovevano affrontare scelte estremamente difficili, ma tornare a quegli anni ha un impatto sui conflitti che possiamo osservare oggi nella nostra società. Ho cercato di non giudicare le decisioni dei miei personaggi, ma solo per mostrarne il tragico destino e la completa solitudine”.

In Concorso al 42. Polish Film Festival The Damned One è stato per così dire raddoppiato da The Reconciliation (Zgoda), opera prima di Maciej Sobieszczanski, che piazza un triangolo d’amore in un campo di lavoro allestito dai sovietici, siamo in Slesia nel 1945, là dove sorgeva un settore complementare del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Coincidenza, anzi, congruenza oltremodo sintomatica, perfino emblematica della Polonia vilipesa da nazisti e comunisti, carnefici uguali e contrari.

Il film paga un’irresolutezza di fondo, e pescando – malino – da Jules e Jim al Frantz di Ozon cala eros e thanatos tra un ragazzo polacco e uno tedesco innamorati della stessa donna: tutti e tre si trovano nel campo, il tedesco Erwin e la polacca Anna reclusi, il polacco Franek arruolato nelle fila dei comunisti per, almeno crede, sovvertire lo status quo.

 

Ma la sottile linea rossa dell’etica assorbe altro sangue, altra impotenza, altra ineluttabilità.

 

Si lotta fino alla fine, anche dentro la fossa, e nel disfacimento di quel triangolo – “per sempre insieme”, si leggeva su una fotografia del trio scattata nel ’39 – Sobieszczanski ritrova l’eterogenesi dei fini, nazisti e sovietici, subita dalla Polonia nella – e post – Seconda Guerra Mondiale.

In piedi rimane solo l’eroismo, alimento principe di una retorica patriottica che il cinema avoca a sé a ogni latitudine. Se Rose (2011) di Wojciech Smarzowski

metteva un eroe della Rivolta di Varsavia e una vedova tedesca nella Masuria, Prussia, alla mercé dei nazionalisti polacchi e dell’NKVD sovietica, per rimanere al Polish Film Festival una brutta riproposizione o, meglio, scopiazzatura del Signore delle mosche, Be Prepared (Czuwaj) di Robert Glinski, ridà contemporanea sepoltura (tumulazione delle foto) agli eroi di Varsavia perché, dice il capetto scout, “i giovani hanno bisogno di esempi”: un memento non gradito al prete, che celebrerà la messa altrove.


Ma sono scarti o, almeno, sottilissimi distinguo che non inficiano il mood storico-eroico-patriottico imperante nel cinema polacco, ancor più da quando a fine 2015 il Pis, Diritto e Giustizia, ha preso potere.

Sotto questo profilo, è ancora lunga l’onda di Hatred (Wolyn) dello stesso Smarzowski, la sensazione dell’anno scorso – un 2016 record per la Polonia: 51,6 milioni di biglietti staccati, 5 film nazionali nella top 10 degli incassi – con un milione e mezzo di biglietti staccati e il trionfo alla cerimonia delle Aquile, i premi assegnati dall’Accademia Polacca di Cinema (miglior film, regista, fotografia, montaggio, musica, scenografia, suono, costumi, nonché il riconoscimento del pubblico).

A ribadire che non solo la zuppa di barbabietole (barszcz), ma anche il mestolo è lo stesso, in Hatred è un altro triangolo bellico:

 

1939, un villaggio nella Volinia sudoccidentale, una ragazza polacca Zosia Głowacka innamorata di un coetaneo ucraino, il padre che vuole sposarla al ricco, vedovo con due figli e polacco Maciej. La pulizia etnica è della partita, anzi, è la partita: la Volinia fu prima occupata dai russi nel ’39, indi dai tedeschi nel ’41, l’esercito insurrezionale ucraino (UPA) massacrò tra Volinia e Galizia Orientale 100mila polacchi, i polacchi risposero uccidendo 10-12mila ucraini, di cui tra i 3 e 5mila nelle sole Volinia e Galizia. Smarzowski ha messo la camera nella piaga.


“Non posso nascondere la verità sotto il tappeto”, aveva dichiarato il regista, precisando come Hatred si indirizzi “contro il nazionalismo estremo”, e tra nazionalismo polacco e nazionalismo – alle stelle con il conflitto in corso con la Russia – ucraino aveva e ha l’imbarazzo della scelta. Tra i due Paesi il processo di riconciliazione è ancora fragile, ma ben avviato, tanto che la Polonia fu il primo Stato a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina, e lo stesso Smarzowski ha inteso il film quale “ponte per la riconciliazione”. Eppure, una proiezione di Hatred a Kiev è stata bloccata dal governo ucraino – più che altro, par di capire, per il timore attizzasse la propaganda filorussa – e posposta sine die: anziché lenire e raccorciare, il film ha fatto saltare qualche punto di sutura.


Si potrebbe parlare, guardando al cartellone del Polish Film Festival, dei 70 anni dell’animazione polacca, di quel gioiellino (-ino solo perché è un corto, lo potete vedere qui) che è Hypopotami (2014) del grande Piotr Dumala oppure delle chances agli Oscar dell’animazione Loving Vincent, coproduzione anglopolacca e primo lungometraggio interamente dipinto su tela, ma questa è un’altra Storia, pardon, storia.

Il cinema polacco, in buona misura, è oggi impegnato a far memoria: intento nobile e impegno civile, ammesso che le diottrie del presente non pregiudichino la messa a fuoco di quel passato e la messa in sicurezza di questo cinema. E la natura stessa della memoria.

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