Marco Bellocchio all’Opera

Il regista piacentino debutta venerdì a Roma con l'Andrea Chenier di Andrea Giordano: "Capolavoro sulla morte e sulla lotta contro la morte. Lo cantavo da ragazzino"
Marco Bellocchio all’Opera
Il regista Marco Bellocchio al Teatro Costanzi per le prove di Andrea Chenier © Yasuko Kageyama

Rigoletto nella sua città natale, Piacenza. Pagliacci a Bari. Opere a tinte forti. Ora, per Marco Bellocchio, è la volta di Andrea Chénier, l’opera di Andrea Giordano che debutta venerdì 21 aprile, tornando al Teatro dell’Opera di Roma dopo 42 anni di assenza, per sei recite, molto attese. Dirige Roberto Abbado; Gregory Kunde, Roberto Frontali e Maria José Siri nel cast.
Un titolo entrato stabilmente nel repertorio, amatissimo dal pubblico e dai grandi tenori che hanno interpretato questo poeta di fascino, innamorato della vita e di una donna, che solca impavido l’utopia della politica e sarà sopraffatto dalla storia: il Terrore rivoluzionario in Francia lo manderà alla ghigliottina.
Bellocchio ha accettato subito, si è messo al lavoro senza un attimo di respiro. Superando non poche difficoltà. “I tempi per capire, lavorando a una regia d’opera, sono brevi, nel senso che cercare una verosimiglianza in Andrea Chénier è direi impossibile. Cosa che invece faccio nella mia esperienza cinematografica”.
Questa è un’opera attraversata dalla morte. Gérad, il servo che aderirà alla rivoluzione, in un breve assolo iniziale mette in chiaro da subito che “È giunta l’ora della morte”. Maddalena, la protagonista di nobile lignaggio che si offrirà vittima per seguire Andrea perdutamente amato, “benedice” la morte e poi prega la “mamma morta”. Chénier la trasforma in “infinito” e contempla il momento in cui la sua bocca e quella di Maddalena si uniranno, da morti! Il Quarto quadro della morte è il trionfo, diventa una sublime estasi. Loro, innamorati, vanno “fino alla morte insieme”. Senza dover ricordare tutti i titoli della sua ricca filmografia, non sfugge che dai Pugni in tasca fino all’ultimo Fai bei sogni, la morte ha sempre fatto capolino anche nei suoi film.
Il verso “amore e morte”, il loro legame, è quello che più ricorre in tutto il libretto. È un concetto mutuato dal romanticismo, anche se quest’opera viene collocata nel periodo verista, siamo nel 1896. Comunque questo nesso così importante per me deriva da un imprinting legato a tragedie della mia vita. Questa è un’opera sulla morte e sulla lotta contro la morte. C’è una sublimità che lega amore e morte come se, appunto, non potessero mai separarsi. Io non ho cercato di oppormi a questa idea, l’ho semplicemente coltivata
Dalla “vil razza dannata” dei cortigiani mantovani dell’opera verdiana a quella leggiadra, corrotta, inconsapevole dei nobili francesi. Un ambiente in cui il potere miete vittime: non nuovo per lei e per il suo cinema. Penso a Vincere e a mondi lontani che collidono, come ne La balia e L’ora di religione.
Anche se qui prevale la dimensione operistica e in parte romantica, è chiaro che una costante del mio lavoro è la rappresentazione del potere e l’opposizione ad esso. Una dimensione quasi anarchica, anche se non violenta. Anzi, tutt’altro che violenta. Qui, invece, è un altro esempio di come una rivoluzione fiammeggiante e trionfante per resistere e mantenere il suo potere deve poi compiere stragi, seminare il Terrore, uccidere tanti innocenti.
Insomma, anche Chénier, come Aldo Moro, può salutare il suo “pubblico” augurando a sé stesso e a tutti: Buongiorno, notte.
Certo, arriva la notte anche per lui. Ma è una costante delle rivoluzioni, anche se non tutte, divorare i suoi figli. Pensiamo alle rivoluzioni bolscevica, cinese, cubana: sempre, nel momento in cui entrano nel palazzo del potere, devono insanguinarlo e fare vittime. Non ho mai pensato, se non in una forma discretissima, di dire attraverso Andrea Chénier quello che io penso della rivoluzione o quelle che sono le mie idee politiche o il mio passato politico. Ho cercato sì di essere personale, però nel rispetto sostanziale dell’opera.
Eppure è un’opera che ha dei contenuti politici.
Io cerco di fare il mio lavoro di regista e basta. L’ho sentita più nel suo registro sentimentale, anche se l’aspetto della rivoluzione che si nutre del sangue dei suoi figli è una verità storica che io non ho subito personalmente, però nella mia esperienza ho potuto più volte constatare, sia come studioso di storia sia per quello che indirettamente ho vissuto.
L’analisi profonda che lei fa dei suoi personaggi nel cinema, che è anche frutto di esperienza e sofferenza insieme, in teatro risulta altrettanto possibile?
Io ho accettato questa regia non perché mi piacciono le sfide, ma le cose nuove, mi piace scoprire. È chiaro che è un lavoro nel quale sono cosciente di dare qualcosa, di dare la mia sensibilità, che è prima di tutto cinematografica, cercando di applicare questa mia esperienza ad un contesto, a un linguaggio che è totalmente diverso. Non ho mai pensato in alcun momento di utilizzare l’Andrea Chénier per raccontare qualcosa d’altro. Se lo volessi, giro un altro film.
Sguardo discreto, il suo.
Sguardo cinematografico. Naturalmente mi accorgo di dare indicazioni che sono più riferibili a delle inquadrature. Cerco di stabilire dei rapporti sentimentali tra i gesti e il canto e anche delle corrispondenze logiche. È un lavoro estremamente complesso e profondo e in questo senso mi sforzo, nel poco tempo che ho a diposizione, di dire tutto quello che ho in mente. Poi, non è detto che quello che propongo si possa realizzare.
Il lavoro che lei fa sull’attore è sempre straordinario. Come fa con i cantanti?
Nell’opera manca sempre il tempo. E poi io non ho una sufficiente sapienza in rapporto al canto. Spesso ho usato l’opera lirica nei miei film, ma sempre per nutrire varie sequenze. Qui, invece, i veri protagonisti sono i cantanti, l’orchestra, il direttore: non lo dico tanto per ritrarmi. Io cerco di dire quello che mi viene in mente di dire, nel senso di una verità che cerco di scoprire e di svelare nel testo e nel canto. Ho lavorato più sul corpo, per quanto è stato possibile, e sui movimenti, anche quelli del coro, cercando che abbiano un senso, che non siano semplicemente degli spostamenti.
Nel famoso Improvviso di Chénier c’è molto di Marco Bellocchio.
Lo cantavo da ragazzo, in casa, avevo dodici, tredici anni. Sentendo Gigli, Di Stefano, Lauri Volpi sui meravigliosi dischi in vinile. Avevo una bella voce da tenore, poi mi è scomparsa del tutto.

 

 

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