Scoprendo Lanthimos

Dopo Dogtooth e Alps, il regista greco porta in sala The Lobster: premiata a Cannes, una distopia "sul terrore della solitudine"
14 ottobre 2015
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Scoprendo Lanthimos

Che cos’è The Lobster, diretto dal greco Yorgos Lanthimos? Già in Concorso a Cannes 68, dove ha conquistato il premio della Giuria, domani arriva nelle nostre sale con Good Films. Girato in lingua inglese, nel cast Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Léa Seydoux e Ben Whishaw, si concentra su un futuro distopico in cui gli adulti single vengono rinchiusi in un hotel per trovare un partner compatibile, altrimenti verranno trasformati in animali e liberati nella foresta.

“Avevo visto Dogtooth di Lanthimos, due anni prima di leggere questo script: anche allora ero rimasto insieme disturbato e commosso dalla visione. E’ un film, questo, che non ho ancora capito: averlo fatto non significa che ne sappia più io di un qualsiasi spettatore”, confessava Farrell a Cannes. Più sicura del significato di The Lobster Rachel Weisz: “Mi fa pensare al narcisismo, che tu debba innamorarti di qualcuno con qualità simili alle tue. Ecco, penso che spesso l’amore possa essere un po’ narcisistico”. Se sulle possibili ascendenze cinematografiche, da Her di Spike Jonze a Fahrenheit 451 di Truffaut, non raccoglie: “Ho cercato di tenerle lontane”, viceversa, Lanthimos intende The Lobster quale “storia sull’amore, senza essere una convenzionale storia d’amore: racconto i terribili effetti della solitudine, la paura di morire da soli, la paura di vivere da soli e, soprattutto, la paura di vivere con qualcuno”.

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The Lobster

Dunque, ancora distopia per il regista greco, classe 1973, che però non replica le vette di Dogtooth (Canino) e Alps (Alpi): “Dopo tre film in Grecia, volevo cambiare: quei film li ho fatti con gli amici, nel senso che non potevo pagarli. Come dire, non erano molto strutturati finanziariamente, erano davvero low budget”. Ora Lanthimos vive a Londra da quattro anni, The Lobster l’ha girato in Irlanda, con attori “che mi piacciono da sempre: Colin Farrell è interessante, complesso, può essere insieme divertente e affascinante”.

Il focus è sulla condizione di single, che non viene tollerata nella cosiddetta Città: o rimani accoppiato o vieni trasformato in animale, tertium non datur. C’è chi resiste: resistenza umana, per l’umano. Va da sé, il tema non è inedito, anzi, ma Lanthimos ha la stoffa poetica e la capacità di invenzione per farsi largo tra gli stereotipi e i déjà-vu con una certa classe, e una certa facilità: no, il problema de “L’aragosta” è un altro, ovvero l’incapacità di tenere fede alle sue premesse/promesse fino alla fine. Lanthimos cade nel convenzionale, soprattutto, avoca al genere che s’è scelto la catalisi del film: l’epilogo, la risoluzione non abita il grottesco, il paradosso, la distopia così sci-fi ma così vicina, bensì il thriller di genere, pure posticcio. Già, che è successo al nostro Lanthimos?

Il regista Yorgos Lanthimos

Tra i suoi numi tutelari Yorgos cita Bresson, Bunuel, Kubrick, Cassavetes e i nostri Ferreri e Antonioni, e ha più di qualcosa perché questi rimandi non siano per lui imbarazzanti, ma davvero tutto funziona in questo film che “parla di amore e condizionamenti della società”? Per prepararsi al film, scritto ancora una volta a quattro mani con il fedele sceneggiatore Efthymis Filippou, Yorgos ha “visto la serie tv inglese The Hotel”, l’unico diretto riferimento che confessa. Intendiamoci, le carte che ha in mano sono lusinghiere, frutto maturo delle contraddizioni relazionali ed esistenziali in nuce nella nostra contemporaneità Millennial. Rimanere single è vietato, ma sull’altro lato della barricata, quello dei “solitari” abbracciati dal personaggio di Farrell, è vietato stabilire relazioni sentimentali. Che fare? Innanzitutto, per i solitari, non essere catturati dalle squadre di cacciatori provenienti dall’Hotel.

Sì, l’idea è buona, a tal punto che Lanthimos finisce per disinteressarsene, compiacendosi di ralenti, archi e tagli di camera e consegnando il film all’insipido, non euristico passo a due di Farrell e Weisz, degno purtroppo della solita solfa, pardon, storia d’amore. Dov’è la radicalità, la lucida prosecuzione di un’idea, già ammirata in Alps? Che l’aver girato in lingua inglese con un cast sì roboante abbia compromesso la libertà e l’arbitrio del Nostro, forse costretto a scendere a patti, drammaturgici e poetici, con le esigenze di star vehicle di Farrell & Co.? Il tema è interessante e, naturalmente, non contempla il solo Lanthimos: per dirne uno, quanto la presenza di un attore pensante, star e “caratteriale” del calibro di Sean Penn ha inciso sulla realizzazione e la resa di This Must Be the Place di Paolo Sorrentino? Allarghiamo il campo, e generalizziamo: quanto le star hollywoodiane aiutano il cinema d’autore europeo? Certamente, aiutano l’architettura produttiva, la messa in cantiere del film, ma quale influenza poetico-stilistica si portano appresso?

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Dogtooth

Domande non peregrine al cospetto di The Lobster, che stenta parecchio a replicare la tenuta poetica e la tenitura immaginifica dei due film precedenti: se abbiamo ancora sulla retina la crudeltà, il sesso coatto e la dittatura formato famiglia di Dogtooth (“Canino”), a cui proprio il presidente di giuria Sorrentino consegnò il Gran Prix di Un Certain Regard a Cannes 2009, solo dopo pochi mesi da Cannes possiamo dire lo stesso di questa aragosta? Dopo aver rimandato a memoria emotivo-etico-politica i tempi dei Colonnelli, in Alpi il Nostro creava ex novo un servizio a pagamento: la sostituzione in carne e ossa (altrui) dei morti. La compagnia preposta si denominava Alpi, perché le Alpi possono sostituire tutti gli altri monti, ma nessuno può sostituirle. Sarebbe accaduto l’esatto contrario, ma il percorso inteso da Lanthimos era speculare a quello di Dogtooth: dalla verità alla menzogna, da una vita vera a un’esistenza per interposta persona. Sarebbe piaciuta molto a Guy Debord la messa in scena dell’osceno di Alps, e la versione 2.0 del simulacro di cui si fa carico: non più la copia di un originale mai esistito, bensì mai conosciuto.

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Alps

Viceversa, noi Lanthimos l’abbiamo conosciuto e profondamente apprezzato: The Lobster non è da buttar via, ma può fare di meglio. E molto. Probabilmente lo farà già con il nuovo film, The Favourite, annunciato per il 2017: “L’ha scritto Tony McNamara, sara un dramma in costume ambientato all’epoca di Maria Stuarda. Nel cast Kate Winslet, Emma Stone e Olivia Colman, che già avete visto in The Lobster”.

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