Quella canaglia del presidente

Guidare la più grande potenza al mondo richiede astuzia, coraggio e statura morale non comuni. Eppure non sempre è andata così. Ce lo insegna la storia, ce lo raccontano i film
9 novembre 2016
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Quella canaglia del presidente
Kevin Spacey in House of Cards

L’altissima temperatura ideologica della campagna presidenziale americana 2016, secondo molti, sembra un film. Ed è storia nota quella per cui la politica statunitense è in grado di trasformarsi in fiction, e viceversa, molto più facilmente di quella italiana o europea. La lunga serialità, di recente, ha lavorato con grande successo su questo immaginario, giungendo a costituire una vera e propria contro-narrazione di fantasia agli avvenimenti reali con prodotti come West Wing, Veep, Scandal e ovviamente House of Cards. Il cinema, tuttavia, ne è stato il grande anticipatore. E se è abbastanza semplice rinvenire esempi illustri di ciò che viene lanciato nella zuffa della campagna elettorale (il complotto secondo cui Hillary Clinton avrebbe una sosia viene pari pari da Dave di Ivan Reitman, a sua volta ispirato alla lontana a Il grande dittatore di Chaplin), nella storia di Hollywood si possono scoprire titoli assai meno noti.

Per esempio, Gabriel Over the White House (1933), di Gregory La Cava immagina che un presidente di chiara matrice repubblicana, dopo un incidente, si risvegli con idee socialiste (una sorta di versione estrema del new deal rooseveltiano), nazionalizzando il lavoro agricolo, cacciando i ministri in disaccordo, sospendendo le prerogative del congresso, creando unità militari speciali contro la malavita, con tanto di fucilazione dei colpevoli. Nel film di La Cava si intrecciano timore e fascinazione per i sistemi ideologici all’europea, che ancora non si immaginavano capaci della potenza distruttiva degli anni a seguire.

Ancora più attuale, The President Vanishes (1934) di William Wellman racconta di un Presidente Usa (democratico) di fronte allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, in anticipo di un lustro. Il film mette in scena la pressione delle oligarchie petrolifere, armigere e bancarie a favore di una entrata in guerra degli Stati Uniti. Quando il gruppo di oligopolisti si allea con un cupo leader delle autoproclamate “camicie grigie”, gli squadristi cominciano a colpire tutti gli oppositori politici. Sull’orlo del colpo di Stato, il Presidente finge allora di essere stato rapito e fa cadere la colpa sui fascisti, così lo status quo e la fiducia della popolazione.

Insomma, il cinema degli anni Trenta osava qualcosa di inimmaginabile, seguendo teorie del complotto che solitamente attribuiamo agli anni del relativismo postmoderno. Certo, il cinema hollywoodiano ha avuto buon gioco a recuperare le radici fondative degli Stati Uniti, per esempio insistendo spesso su Lincoln. Laddove John Ford con Alba di gloria (1939) ne cantava la giovinezza e le origini di giustizia e legalità, il Lincoln (2012) di Spielberg ne mette in luce contraddizioni e momenti di dubbio, enfatizzando comunque il disegno superiore che necessitava anche di drammatiche scelte di realpolitik. A questo processo di canonizzazione critica, alcuni hanno preferito The Conspirator (2010) di Robert Redford, che ripercorre la vicenda processuale relativa all’ingiusto processo di Mary Surratt, unica donna accusata di cospirazione nell’omicidio di Lincoln.

Come a dire che persino Lincoln, il meno controverso dei presidenti americani, possiede le sue zone d’ombra se analizziamo il sistema che gli stava intorno. Certo, il cinema interviene laddove le figure sono più problematiche (rari sono i film blandi e semplicistici come Il presidente – Una storia d’amore di Rob Reiner del 1995), e dunque si sprecano le biografie velenose su Nixon (da Gli intrighi del potere, 1995 a Frost/Nixon del 2008, per tacere di Tutti gli uomini del Presidente, 1976, di Alan J. Pakula) o le teorie sul complotto dell’omicidio Kennedy (uno su tutti: JFK – Un caso ancora aperto, 1991, del solito Oliver Stone, che è stato anche il più rapido a ritrarre sarcasticamente George W. Bush in W. del 2008).

Vedendoli tutti in fila, viene naturale diffidare di ogni apparente verità giunga dallo studio ovale, e allora tanto vale riderci su (amaramente) con Peter Sellers, nei panni del Presidente Muffley, uno dei tre ruoli coperti in Il dottor Stranamore (1964) di Stanley Kubrick.

Roy Menarini
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