La seconda volta non si scorda mai

Come hanno affrontato (o si preparano ad affrontare) l'opera seconda i cineasti italiani che hanno esordito negli ultimi anni? Alla Mostra del Cinema di Pesaro lo raccontano i registi Francesco Bruni, Fabio Grassadonia, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, oltre ai produttori Gianluca Arcopinto e Simone Isola
26 giugno 2015
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La seconda volta non si scorda mai
L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov

Così come il primo amore nella vita di tutti, l’esordio dietro la macchina da presa per un lungometraggio rappresenta uno snodo fondamentale nella carriera di ogni cineasta. In un paese come l’Italia, dove, almeno secondo molti addetti ai lavori, il sistema industriale cinematografico che sottende alla formazione dei talenti del futuro appare bloccato in alcuni meccanismi troppo rigidi, legati a deficit strutturali e culturali oltre che a problemi di distribuzione, arrivare a raccogliere le risorse (economiche, ma anche psicologiche e creative) per poter girare il proprio film d’esordio rappresenta già una sfida ardua. Ma le difficoltà a volte non terminano qui. Capita che anche le opere prime di maggiore qualità non valgano come biglietto da visita per spianare la strada alla realizzazione del secondo film.

L’edizione 50+1 della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è stata l’occasione per incontrare alcuni dei cineasti italiani esordienti degli ultimi anni, ascoltare il racconto della loro esperienza e capire il loro punto di vista sulle problematiche del cinema italiano.

Pesaro 2015

Pesaro 2015

Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, autori all’esordio con Et in terra pax (2010), hanno appena concluso per Rai Cinema la scrittura della sceneggiatura di un film tratto dal romanzo di Walter Siti (Contagio), ma sono in attesa che si sblocchino le risorse per la produzione. “Il nostro secondo film – spiegano – racconterà dello scontro tra mondi diversi che si contaminano tra di loro, partendo ovviamente dalla realtà che ci sta più a cuore, quella delle periferie romane”. Et in terra pax è infatti una storia di angoscia e degrado in una periferia che non lascia scampo ai suoi abitanti e soffoca ogni possibilità di fuga. “Dopo la realizzazione di Et in terra pax – proseguono i registi – abbiamo trascorso due anni in giro per il mondo tra festival ed eventi di mercato per promuovere il film, trovando sempre un’accoglienza molto positiva. Et in terra pax era nato grazie alla produzione di Gianluca Arcopinto e di Simone Isola di Kimerafilm: per poter realizzare quel film avevamo incontrato in Italia mille difficoltà e problemi, nonostante il fatto che il progetto fosse stato molto apprezzato all’estero. La nostra idea originaria era quella di ambientare il film in parte in Brasile: avevamo addirittura trovato un socio di coproduzione di minoranza brasiliano, senza tuttavia avere le spalle coperte in Italia”. I registi romani sono molto critici verso la gestione dei finanziamenti pubblici per il cinema: “Non è possibile che nei bandi a partire dall’opera terza in poi a guadagnare più punti in termini di reference siano i progetti che prevedono nel cast un attore pluripremiato. In questo modo lavorano (e guadagnano molti soldi) sempre le stesse persone e non si favorisce un ricambio generazionale e una varietà di talenti nel cinema italiano”.

Et in terra pax

Et in terra pax

Et in terra pax è stato il primo film anche per il giovane produttore Simone Isola: “All’epoca studiavo produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia con Gianluca Arcopinto, forse il più coraggioso dei produttori italiani. Con il suo supporto abbiamo realizzato Et in terra pax, che, nonostante la scarsa distribuzione nelle sale, ha avuto, in proporzione, un grandissimo successo. Insieme a lui ho anche prodotto il secondo film, La mia classe di Daniele Gaglianone”. Gianluca Arcopinto, 59 anni, è orgoglioso del lavoro che ha svolto: “Nella mia carriera di produttore ho fatto esordire 29 registi, tra cui anche Miniero e Genovese. Sono fiero di ciò che ho fatto, anche perché in queste opere prime hanno lavorato anche molti giovani dei reparti tecnici che hanno avviato così il proprio percorso professionale. Purtroppo in Italia le regole dei finanziamenti pubblici sono fatte in modo che a trarne i maggiori benefici siano solamente i produttori più importanti, e questo non aiuta la crescita dei giovani talenti. Produrre un’opera prima comporta sempre un rischio notevole, ma fare cinema e cultura non può essere solo sinonimo di business. Nel panorama attuale dei produttori credo che Domenico Procacci, un mio coetaneo, sia quello che sta svolgendo il lavoro di gran lunga migliore”. “Il problema dell’Italia – prosegue Arcopinto – è che abbiamo vissuto un ventennio in cui il potere politico era accentrato nelle mani della stessa persona che in qualche modo deteneva anche il monopolio dell’industria culturale e cinematografica. Ma ho molta speranza per il futuro, le giovani generazioni cresciute con le tecnologie digitali hanno un enorme potenziale di creatività”.

Simone Isola è anche coinvolto nella produzione dell’ultimo film del compianto Claudio Caligari, Non essere cattivo. “Si tratta di un’opera strettamente legata ai temi che erano più cari al regista: la periferia romana e i personaggi al limite. Lo ha finito di montare pochi giorni prima di morire. Valerio Mastandrea aveva scritto una lettera a Martin Scorsese per perorare la causa del terzo film di Caligari: anche se il regista americano non ha mai risposto, quello sforzo non è stato vano, perché da allora si è creata una cordata di produttori in Italia che ha permesso la realizzazione del film. Sono veramente orgoglioso di aver dato il mio contributo a questo progetto”.

Claudio Caligari sul set di Non essere cattivo

Claudio Caligari sul set di Non essere cattivo

C’è chi non ha avuto invece nessun problema a realizzare la seconda opera. Il caso di Francesco Bruni, storico sceneggiatore dei film di Paolo Virzì e regista esordiente con Scialla! (2011), è emblematico in questo senso. “La mia opera prima è stata un’opportunità: mi era stata commissionata una sceneggiatura di commedia in totale libertà. Ho scritto Scialla! da solo, e il produttore Beppe Caschetto mi ha poi chiesto di girare personalmente quella storia, che aveva percepito come fortemente personale. Dopo il grande successo del film in Italia e all’estero, non ho avuto problemi per realizzare il mio secondo film, Noi 4. Ho trovato subito una produzione ben disposta. E, nonostante non sia stato fortunato come il primo film, sono molto orgoglioso di averlo girato”. Bruni ha anche un’idea precisa su come affrontare le difficoltà del cinema italiano: “Il vero problema per la realizzazione delle opere prime e seconde in Italia risiede in tanti aspetti. In primo luogo una cattiva distribuzione, che costringe gli esercenti a programmare solo i film che si pensa avranno un successo assicurato. Poi c’è la questione della scolarizzazione: una scarsa educazione all’estetica dell’audiovisivo nelle scuole fa in modo che i ragazzi di oggi realizzino continuamente video con le tecnologie che hanno a disposizione e che conoscono bene, ma magari non siano in grado di distinguere quale prodotto sia bello e quale brutto. In questo senso con l’associazione 100autori, di cui sono presidente, ci stiamo muovendo per fare in modo che vengano inserite nelle scuole superiori alcune ore di educazione all’immagine e al cinema, magari in appoggio ad altre materie”. C’è poi l’annoso problema della chiusura delle sale cittadine in favore dei grandi multiplex di periferia. “Le sale cinematografiche – continua Bruni – possono diventare un luogo di aggregazione sociale e un centro di diffusione culturale: penso al caso del cinema America occupato, dove i giovani attivisti avevano previsto addirittura una sala studio, e dove la programmazione prevedeva sia film “alti” che popolari, in modo che l’esperienza cinematografica fosse la più completa possibile”.

Scialla! di Francesco Bruni

Scialla! di Francesco Bruni

La vicenda di Fabio Grassadonia, coautore di Salvo (2013) all’esordio insieme ad Antonio Piazza, è in parte analoga, nei suoi aspetti positivi, a quella di Francesco Bruni. “Tra l’estate del 2013 e quella del 2014 siamo stati costantemente in movimento per la promozione di Salvo tra proiezioni e festival, dopo la partecipazione a Cannes dove il film ha vinto il Grand Prix de la Semaine de la Critique” racconta Grassadonia, coregista dell’atipico noir siciliano che ha avuto un considerevole successo di critica in tutto il mondo. “Una volta terminato questo tour, abbiamo subito raccolto le idee per la realizzazione di un nuovo film. Abbiamo contattato Massimo Cristaldi, che già ci aveva seguito nella lavorazione di Salvo (una coproduzione italofrancese), il quale a sua volta ci ha consigliato di bussare alla porta di Indigo Film. Grazie dunque al supporto di Nicola Giuliano abbiamo cominciato a scrivere la nuova sceneggiatura. Tra dieci giorni consegneremo la seconda stesura e da allora inizierà il percorso di ricerca dei finanziamenti da parte dei produttori: in questo caso il film sarà coprodotto con la Francia e con la Germania. Devo dire che subito dopo l’exploit di Salvo abbiamo ricevuto numerose proposte di lavoro all’estero, anche negli Stati Uniti, ma nessuna in Italia. Noi abbiamo rifiutato proprio perché sentivamo l’esigenza di realizzare un nuovo film che fosse totalmente italiano. Si tratta di una favola nera ambientata in una Sicilia atipica, e che ha al centro la storia di due ragazzini, un maschio e una femmina. Speriamo di iniziare le riprese nel 2016″. Fabio Grassadonia crede nella forza della tenacia per realizzare i propri sogni: “Le difficoltà per arrivare a un film d’esordio sono enormi, ma fisiologiche. Bisogna cercare di rovesciare il punto di vista: nessuno è predestinato a fare cinema, si tratta di un traguardo da conquistare con grande fatica”.

Salvo

Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Michelangelo Iuliano
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