Anarchy sotto la Mole

Al via il 34° TFF, edizione nata sotto il segno del punk: da The Blank Generation a Jubilee, a Torino riesplode l'immaginario della ribellione
18 novembre 2016
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Anarchy sotto la Mole

Ground Control to Major David… Da oggi fino al 26 novembre, la 34esima edizione del Torino Film Festival s’ispira a David Bowie, epitome stessa della ecletticità culturale contemporanea. Diretta da Emanuela Martini per il terzo anno, la manifestazione sabauda punta su Sully di Clint Eastwood, con uno straordinario Tom Hanks, e nel 40° di Anarchy in the UK conferma in retrospettiva un adagio caro a Sid Vicious e Joe Strummer, lo stesso Temple e Derek Jarman: punk is not dead!

Lunga vita al punk. L’omaggio del 34mo Torino Film Festival cade in occasione dei quarant’anni dall’uscita di Anarchy in the UK dei Sex Pistols, primo passo della Grande truffa del Rock’n Roll (documentata nell’omonimo film di Julien Temple) ordita da Malcolm McLaren e sua moglie Vivienne Westwood, di ritorno dagli USA dove importarono umori e mode protopunk, da Richard Hell a Patti Smith e New York Dolls. Nichilismo, DIY (Do It Yourself) come motto, la netta rottura con l’universo musicale virtuoso: inevitabile che il movimento permeasse anche il cinema degli ultimi, giovani pionieri. A partire da The Blank Generation di Amos Poe e Ivan Kral(1976), manifesto dei prodromi punk negli USA, passando per il folle Jubilee (1978) di un Derek Jarman che accosta sacro e profano, Elisabetta I e il riot, primo esempio di un cinema punk non solo per ciò che narra, ma per la propria stessa natura anticonformista. Un momento magico che fino a metà anni ’80 ha regalato perle come il genialmente stupido Rock’n Roll High School o il delirante sci-fi di Repo Man (1984) di Alex Cox, per concludersi con la deprimente crudezza di Sid e Nancy (1986), ancora a firma di Cox.

A conti fatti, nulla meglio del documentario ha saputo descrivere l’essenza del punk, spesso in tempo reale. Nel 1981 Penelope Spheeris, al primo capitolo della trilogia di The Decline of Western Civilization, filma i primordi punk hardcore di (tra gli altri) Germs e Black Flag. Julien Temple tornerà a parlare dei Sex Pistols nel 1999, con The Filth and the Fury, stavolta dal punto di vista dei membri del gruppo, e nel 2007 porterà sullo schermo quello straordinario personaggio che è stato Joe Strummer dei Clash (The Future is Unwritten).

Il nuovo millennio, col progressivo sdoganamento del documentario da reperto di nicchia a prodotto mainstream, dona al punk nuova visibilità: gli anni ’80 di gruppi storici come Minutemen, D.O.A. e Minor Threat rivivono in American Hardcore (2006) di Paul Rachman, mentre One Nine Nine Four (2009) di Jai Al-Attas ripercorre gli anni ’90 con l’exploit commerciale (sapientemente orchestrato da MTV) di Green Day, Offspring, NoFX e Rancid. Le ultime testimonianze mostrano un punk globalizzato, vera e propria koinè dei popoli: Taqwacore di Omar Majeed (2009) segue la realtà del punk islamico, i cui esponenti trapiantati negli Stati Uniti respingono prevalentemente il fondamentalismo senza rinnegare le proprie radici, mentre Pussy Riot: A Punk Prayer (2013) segue il noto caso giudiziario del collettivo punk Pussy Riot, vittime in Russia della repressione per le loro proteste contro l’autoritarismo di Putin. Ma a lasciare più degli altri il segno è Yangon Calling (2013) di Alexander Dluzak e Carsten Piefke: gli adolescenti del Myanmar, vessato da una dittatura militare cinquantennale e ancora lontana dall’essere una vera democrazia, reagiscono con la musica e l’abbigliamento oltraggioso di Sex Pistols e Clash.

Come dire: “Punk is not dead”. Neanche quarant’anni (e più) dopo.

Gianluigi Ceccarelli
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