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Domenica 05 Settembre 2010
CoRpo di Stato
"Invito lo spettatore in qualcosa di ambiguo, al confine tra lo spazio dei vivi e dei morti", dice il cileno Pablo Larraín. Che in Post Mortem mostra l'autopsia di Salvador Allende
"Non mi piace qualificare moralmente, giudicare i personaggi: quello che mostro è la vicenda di un essere umano profondamente innamorato, e questa storia entra in tensione con un particolare momento della Storia del Cile". Così Pablo Larraín sintetizza all'estremo il suo Post Mortem, disturbante e devastante opera terza del regista di Tony Manero, oggi in Concorso al Lido: siamo a Santiago, nel 1973, nei giorni che precedono il colpo di Stato e la morte di Salvador Allende. Il protagonista è Mario Cornejo (Alfredo Castro), dattilografo che redige le relazioni delle autopsie che si innamora perdutamente di Nancy (Antonia Zegers), ballerina di cabaret: "Pablo è riuscito a contestualizzare, a collocare in un contesto storico preciso una storia d'amore - dice Castro - e ricrea fedelmente un paesaggio che funziona come scenario, come appoggio di tutto il racconto, attraverso ospedali, obitori, che danno l'esatta corrispondenza, anche cromatica, di un paese del terzo mondo in un'altra epoca".
"E' la storia di una coppia apparentemente insignificante e priva di fascino. E' una storia del Cile durante il colpo militare", gli fa eco il regista, che nel film "immagina" l'ipotetico background di un essere umano, Mario, chiamato un giorno a dover assistere il medico che effettuò l'autopsia sul presidente Allende, ricreata per la prima volta sul grande schermo : "Quella scena è stata girata nello stesso luogo, sullo stesso tavolo di marmo, con la stessa luce, con gli stessi strumenti - dice ancora l'attore - ma i cadaveri che arrivavano in quei 3 giorni all'ospedale sono molti, molti di più dei tanti che si vedono nel film". Che nella fotografia di Sergio Armstrong trova un ulteriore elemento rappresentativo: "Il lavoro estetico è frutto di un codice stabilito con il direttore della fotografia, racconta ancora Larraín, e la volontà era quella di creare un'amalgama, una densità, perché tutto ha a che fare con uno spazio più realista di quello che in realtà sembra. Fondamentalmente - conclude il regista - invito lo spettatore in qualcosa di ambiguo, nello spazio dei vivi e dei morti".

Valerio Sammarco

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