"Il film parla di un mondo scomparso, che pure esiste ancora. Sul set la sua presenza era forte e chiara". Lui è
Aleksei Fedorchenko, unico russo in concorso al Lido; il film è
Silent Souls, al momento il titolo, tra quelli in concorso, a rispondere meglio all'etichetta "cinema da festival", ovvero tecnicamente eccellente, stilisticamente autoriale, narrativamente ostico; il mondo scomparso è quello dei Merja, un'antica etnia russa (popolavano la parte occidentale) scomparsa quasi 400 anni fa. "Le uniche tracce che questo popolo ci ha lasciato - racconta il regista (vecchia conoscenza veneziana, avendo vinto nel 2005 Orizzonti Doc con
First on the Moon) - sono i nomi dei fiumi". Fedorchenko ne ricostruisce anche i riti di passaggio - il matrimonio, il funerale - sulla cui fedeltà storica garantisce ("abbiamo rispettato, per quanto potuto, la memoria dei Merja"), forte anche della descrizione che ne ha fornito Aist Sergeyev in
The Buntings, racconto da cui è tratto il film: "La testimonianza di un annegato", come la definisce Fedorchenko.
L'annegato in questione è Aist, chiamato dal suo migliore amico, Miron, a compiere con lui il rito d'addio per la moglie appena morta. Il rito prevede che la defunta venga bruciata e le sue ceneri sparse nell'acqua. Prima di allora un viaggio in macchina in cui Miron svelerà all'amico i ricordi più intimi della sua vita coniugale: "Volevo esprimere il mistero della vita e della morte. L'immortalità. E innalzare un inno all'amore - dichiara Fedorchenko - inteso come tenerezza. Questa frutto di una lunga nostalgia". Il regista respinge possibili parentele con la tradizione del cinema russo spiritualista: "Potrei dire la stessa cosa del cinema di altri paesi. Quello che abbimo visto finisce inevitabilmente per influenzarci. Ma noi abbiamo solo cercato di fare qualcosa di originale. Vi invito a vedere
Silent Souls in quest'ottica". Anche sull'eros c'è discordanza tra la stampa e i realizzatori del film: "Non ci vedo tutto questo erotismo", chiosa il direttore della fotografia
Mikhail Krichman. L'acqua, il femminile e la morte invece, fanno parte anche della tradizionale occidentale, da Shakespeare a Eliot. Ma anche su questo Federchenko tace. Chiude sulla colonna sonora: "E' una composizione originale. Una miscela di stili e tradizioni diverse. Volevamo suggerire una musica non attribuibile a nessun popolo specifico".