Un altro me

Il carcere non come luogo d'internamento, ma di consapevolezza e riflessione. 12 mesi con i detenuti per reati sessuali e l'équipe del criminologo Paolo Giulini: un percorso per comprendere, ridefinire e modificare il significato della propria esperienza, ed esistenza. Nella subcultura carceraria sono "gli infami", nel gergo tecnico di psicologi e operatori penitenziari sono i "sex offenders". Sono gli autori di reati sessuali, spesso separati da tutti e isolati dal resto dei detenuti. Carcere di Bollate. Una ventina di questi detenuti seguono un trattamento tra gruppi di lavoro in cui discutono del loro reato, della gestione dello stress, della prevenzione della recidiva, dei traumi subiti e di quelli trasmessi. Sono tutti rei confessi ma tra loro c'è chi si mette in gioco, chi minimizza e chi finge palesemente. Un'equipe di criminologi e psicologi guida questo lavoro cercando di far intraprendere al detenuto un percorso di riflessione su di sé e sul reato commesso. Tra loro discutono, allontanano alcuni detenuti, cercano di capire gli altri e s'interrogano. Discussioni, liti, giochi e lezioni si susseguono mentre avvengono lunghe elaborazioni. Le mura, le sbarre e i lunghi corridoi del carcere dividono questo mondo da quello fuori.
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