Preferisco il rumore del mare

ITALIA - 1999
Tornato a Torino dopo una vacanza nel suo paese natale in Calabria, Luigi, dirigente affermato, non riesce a togliersi dalla mente Rosario, un ragazzo conosciuto al cimitero del paese, dove è sepolta la madre, vittima di una faida, mentre il padre è in carcere. Rosario, quindici anni, è silenzioso, composto, scontroso e solitario. Luigi, separato dalla moglie, ha un figlio della stessa età, Matteo, che, all'opposto, è svogliato, dispersivo, inconcludente e sfoga la sua insoddisfazione dipingendo e ascoltando musica. Luigi si rivolge a don Lorenzo, un sacerdote che gestisce una comunità per giovani disagiati e, con il suo aiuto, fa arrivare Rosario a Torino. Qui il ragazzo, che ha un forte sentimento religioso, entra nella vita della comunità, lavora in biblioteca, serve la Messa. Luigi fa incontrare Rosario e Matteo. Tra i due c'è all'inizio una inevitabile distanza e quando finalmente iniziano a prendere confidenza, alcuni episodi scavano profonde incomprensioni tra i due ragazzi. Luigi giorno dopo giorno trasforma Rosario nel bersaglio delle proprie difficoltà emotive, accusandolo di abusare della sua fiducia. La notte dell'ultimo dell'anno Rosario è in comunità con gli altri, Luigi è da solo, mentre Matteo va a una festa dove rimarrà per poco tempo. All'improvviso, a casa, avverte un vuoto che lo porta a tentare il suicidio. Luigi e Rosario si incontreranno proprio sulla porta di casa per soccorrerlo, ma ancora una volta non riusciranno a capirsi...

CAST

NOTE

- IL FILM E' STATO REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE PIEMONTE E IL CONTRIBUTO DEL DIPARTIMENTO DELLO SPETTACOLO.

- PRESENTATO A CANNES 2000 NELLA "QUINZAINE DES REALISATEURS".

CRITICA

"Complesso e affascinante, il film ha un interprete davvero ammirevole in Silvio Orlando e sa raccontare i problemi degli italiani attraverso i personaggi". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 28 aprile 2000)

"Ancora un bellissimo film, fatto di emozioni incrociate tra noi e loro, platea e schermo, di Mimmo Calopresti, autore che sa andare controcorrente e rendere eloquenti le pause, i silenzi, le occhiate. (...) Se nel contorno ci sono peccati veniali di stereotipi, soprattutto della high society che quando vuole dà ancora del 'terrone', ciò che arriva anche diretto e con grande personalità è il complicato trasloco dei sentimenti, quel modo di raccontare compatto ed espressivo, l'impaginazione sommessa in cui la sceneggiatura si poggia gentile e mai casuale. Voce, volto, cuore. Lo schizzo psicologico e la 'fratellanza', sensibilmente resa dai due ragazzi ricorda 'Così ridevano' di Amelio". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 marzo 2000)

"Amaro dramma sociale del misurato e sensibile Mimmo Calopresti, che ha il vizio di voler apparire sempre nei propri film, ma, ahilui, a differenza di Hitchcock si ritaglia ruoli fastidiosamente prolissi. Un film dove si parla fino allo sfinimento, succede poco e non si capisce tutto. Il poetico titolo è carino, ma fa venire voglia di andare in montagna ". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 18 luglio 2003)
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