Magic in the Moonlight

USA - 2014
3/5
Magic in the Moonlight
Riviera francese, 1920. Il cinese Wei Ling Soo è il più celebre prestigiatore del suo tempo, ma pochi sanno che in realtà, dietro ai suoi panni, si cela Stanley Crawford, un inglese scorbutico e arrogante con una accesa avversione nei confronti di coloro che si professano veri 'spiritisti'. Su indicazione dell'amico Howard Burkan, Stanley decide di recarsi in Costa Azzurra presso la famiglia Catledge per smascherare Sophie Baker, una giovane medium. Grace Catledge, il figlio Brice e la figlia Caroline, infatti, hanno invitato Sophie e sua madre perché vogliono mettersi in contatto con il defunto signor Catledge. Stanley si presenta come un uomo d'affari di nome Stanley Taplinger ed è immediatamente convinto di trovarsi di fronte a una frode facilmente smascherabile. Con sua grande sorpresa e disagio, però, Sophie dimostra sorprendenti capacità parapsicologiche e compie una serie di atti soprannaturali che sfidano ogni spiegazione razionale, lasciando interdetto il rigido e scettico Stanley che chiederà aiuto all'adorata zia Vanessa...
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: DIPPERMOUTH PRODUCTION, IN ASSOCIAZIONE CON PERDIDO PRODUCTIONS, SKE-DAT-DE-DAT PRODUCTIONS
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
  • Data uscita 4 Dicembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Fine anni '20. Stanley (Colin Firth), nome d'arte Wei Ling Soo, è il mago, il prestidigitatore, l'illusionista più celebre al mondo, e non c'è da stupirsi: solo lui può far scomparire un elefante dal palcoscenico. Eppure, Stanley è un razionalista duro e puro, uno scienziato, poco incline a farsi illudere, a credere in una realtà altra rispetto a quella sensibile e logicamente comprensibile: Stanley è convinto che ogni fenomeno abbia una spiegazione qui e ora, e pazienza se l'infelicità personale ne è logica conseguenza. Ma la situazione sta per evolvere repentinamente: viene chiamato in Costa Azzurra da un amico, mago pure lui, perché smascheri una bella ragazza americana, Sophie (Emma Stone), che si accredita facoltà sovrannaturali, tra cui il parlare con l'aldilà. Ma è davvero la truffatrice che si direbbe? Sul caso indaga Stanley, ma è una missione ad alto rischio, in primis cardiaco…
E' tornato Woody Allen, ed è in un discreto stato di forma: Magic in the Moonlight è fresco, romantico, delizioso. Innanzitutto, le battute vanno a  segno con una certa facilità, per esempio questo scambio tra Stanley e Sophie è da ricordare: “Non ti posso perdonare, solo Dio può” – “Ma hai appena detto che Dio non esiste” – “Appunto”. I costumi, firmati da Sonia Grande, sono stupendi: complice la naturale eleganza, Firth è il gentiluomo (misantropo, ma quello è un altro discorso) per antonomasia, e le mise della Stone non sono da meno.
Dopo la performance da Oscar in Birdman, un'altra prova di bravura per l'attrice americana, vezzosa come lo scenario richiede. Insomma, quasi tutto bene, a parte il palese imbarazzo di Firth nelle scene più affettuose: l'attore inglese ha 54 anni, la Stone 26, forse i 28 anni di differenza pesano, e non ci riferiamo solo alla “credibilità” poetica. Eppure, Woody Allen non se ne cura, e non ci sorprende: tra lui e la moglie Soon Yi corrono 34 primavere. Ma son dettagli, c'è davvero qualcosa di magico sotto la,luna: si chiama amore, effetto vintage.

NOTE

- PRESENTATO AL 32° TORINO FILM FESTIVAL (2014) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"In un'arte dove la maggior parte degli artisti, anche i più grandi, ha smesso d'inventare prima dei sessant'anni, siamo abituati a considerare Woody Allen l'eccezione più clamorosa. Superati i settanta, ormai sono 79, il grande Woody ha saputo far vibrare al massimo le molte corde dei propri talenti, regalandoci alcuni capolavori del decennio. Dalle tragedie perfette di 'Match Point' e 'Blue Jasmine', alla più esilarante commedia di 'Scoop', passando per il divertimento filosofico di 'Basta che funzioni', la sensualità travolgente di 'Vicki Cristina Barcellona', l'incanto metafisico di 'Midnight in Paris'. Con l'ultimo film (...) 'Magic in the moonlight', il numero 44 della monumentale filmografia e forse anche il più inutile, si scopre che anche il genio di Woody Allen ogni tanto s'addormenta. E con quello, forse, anche qualche spettatore in sala. Il tema centrale del film è ben noto ai cultori del cinema alleniano. E' l'eterno conflitto fra razionale e irrazionale, fede e dubbio, naturale e trascendente, realismo e magia. Come il suo maestro Ingmar Bergman, Allen l'ha sempre rappresentato senza prendere parte, mettendo in scena le certezze della ragione e la tentazione, il fascino, la possibilità di credere in un disegno superiore. La differenza è che in passato, in innumerevoli opere, i colori di questo conflitto, a volte comico, altre tragico (o entrambi), erano accesi e brillanti. Qui la fotocopia è venuta un po' sbiadita, molto risaputa e con uno sfondo da cartolina d'epoca. (...) Nella storia di Woody Allen è difficile trovare una trama più esile e stanca, quasi soltanto un pretesto per coltivare alcuni hobby del regista la passione per le sontuose ambientazioni d'epoca (ancora gli anni Venti); il divertimento di prendere celebrate star hollywodiane e cucir loro addosso personaggi inattesi e in questo caso del tutto stravaganti; un turismo cinematografico che spazia fra tempi e luoghi di culto. Il tutto s'intende, confezionato con la magnifica fotografia di Darius Khondji e impreziosito da qualche cammeo di classe, come la recitazione di Eileen Atkins, nella parte della zia di Stanley. Ma basta? Aspettiamo, come per certi vini di grande prestigio, un'annata migliore." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 4 dicembre 2014)

"Non è più impellente rincorrerlo, stenderlo sul tavolo operatorio e sottoporlo a un'accanita operazione critica. La prima ragione è quella che un film di Woody Allen non prevede controindicazioni e anche senza possedere la tessera da critico andranno (quasi) tutti a vederlo senza remore. La seconda è che la commedia umana alleniana ormai assomiglia a quella di Balzac e va vista, goduta, correlata, interpretata come se si trattasse di un romanzo finora suddiviso in quarantaquattro capitoli, per di più cadenzati su altrettante fasi della nostra vita non solo di spettatori. Per 'Magic in the Moonlight' il settantanovenne autore ha scelto per proseguire quest'intarsio liberatorio innanzitutto per se stesso gli sfondi di uno dei paradisi in terra - la French Riviera, come l'hanno sempre chiamata le frotte di turisti anglosassoni adepti delle sue conclamate amenità - e l'ambientazione storica della fine dei ruggenti anni Venti vagamente turbati dall'avvento dei totalitarismi europei che porteranno alla guerra mondiale. Il raccontino inizia con il cinquantenne solitario, disilluso e scettico Stanley, interpretato dal come sempre superbo Colin Firth, che si esibisce trionfalmente a Berlino travestito da mago cinese col nome artistico di Wei Ling. (...) Non è la prima volta, del resto, che l'autore si dedica al personaggio démodé del mago ('Stardust Memories', 'La maledizione dello scorpione di giada', 'Alice', 'Scoop'), forse perché gli permette di metaforizzare senza pesantezze l'eterna diatriba tra fede e agnosticismo, verità e menzogna, ragione e metafisica, amore e psiche. E a voler essere notarili, neanche delle atmosfere intonate al crepuscolo della jazz age alla Scott Fitzgerald si può dire che rappresentino un'inedita portata del menu; eppure 'Magic in the Moonlight' riesce a valorizzare al massimo gli aspetti positivi e a rendere al riaccendersi delle luci gli spettatori soddisfatti o almeno un po' felici: il cast, innanzitutto, come abbiamo premesso; la fotografia di Darius Khondji; i lievi inserti comici che assicurano alle schermaglie del dialogo il tempo garantito dalla casa. Lontano da New York, l'amato scenario ormai refrattario a qualsiasi illusionismo onirico, viene facile e fluido recuperare la soave malinconia e l'esotismo da cartolina ricorrenti nelle incursioni europee ('Vicky Cristina Barcelona', 'Midnight in Paris'). Non siamo, insomma, di fronte al suo film migliore, ma certamente a uno dei più sottilmente malinconici in cui il mago che non crede più nei suoi poteri è - evidentemente, ma a torto - proprio lo stesso Woody." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 dicembre 2014)

"Se si guarda a 'Magic in the Moonlight' come a un'ulteriore commedia romantica di Woody Allen, resta difficile non catalogarla opera minore; per carità, firmata, godibile, lussuosamente ambientata nella cornice di un'incantata Costa Azzurra Anni '20 e interpretata da un'ottima coppia di attori, il carismatico Colin Firth e la deliziosa Emma Stone. Ma alcuni personaggi secondari sono disegnati con inconsueta sciatteria e, a dispetto del loro essere sempre in scena, si direbbe che all'autore del rapporto sentimentale fra il prestigiatore Stanley e la sedicente medium Sophie importi poco: il che vanifica il magico del chiaro di luna. Tuttavia, il giudizio cambia se proviamo a considerare il film come qualcos'altro: un'opera che finge di ripercorrere i cliché del genere al solo scopo di andare dritto al cuore delle cose, ovvero la visione che ne è alla base. Una poetica che Allen ha espresso in ogni suo titolo, ma sublimandola in una macchina autonoma, distribuendola in maniera calibrata su figure e situazioni divertenti/ amare; mentre qui acquista un carattere di urgenza che la impone al di sopra della forma. (...) Magia (per il «mago» Woody, quella dello spettacolo) significa gioco truccato, gli spiriti non esistono, l'aldilà è pura invenzione e la vita un soffio effimero, ma come negarsi al naufragar dolce nel mare dell'illusione e dell'amore? Mai Allen si è calato in modo più totale dentro un personaggio: facendo di Stanley un emblematico portavoce e di Sophie il suo simbolico contraltare di sogno e desiderio, ha parzialmente tradito l'artista che è in sé, ma molto ha rivelato dell'uomo che vi si cela dietro." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 dicembre 2014)

"(...) È tornato Woody Allen, ed è in uno stato di forma più che discreto, ci prende per mano e ci accompagna tra schermaglie amorose, scenari mozzafiato e costumi (di Sonia Grande) stupendi. Si stava meglio quando si stava meglio, insomma, e pendere dalle labbra vezzose di Emma Stone, ammirare l'eleganza amara di Colin Firth sono opportunità fascinose. L'unico neo? II palese imbarazzo di Firth nelle scene affettuose: l'attore inglese ha 54 anni, la Stone 26, forse i 28 di differenza pesano? Non per Woody..." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 4 dicembre 2014)

"(...) Piacerà agli alleniani da sempre, naturalmente. Troveranno tutto o quasi tutto il repertorio di Woody. La nostalgia degli anni 20 e il romanzo 'Dicembre-Maggio'. Le reminiscenze letterarie (i personaggi secondari tradiscono volutamente echi fitzgeraldiani). E la componente turistica che ormai sembra inevitabile nell'opera del Woody (la 'Côte' è messa in pellicola con un amore che solo un regista americano può esprimere). E naturalmente, il tema fisso da almeno otto lustri: l'inganno, la fantasia, sempre e comunque preferibili all'arida realtà. Certo gli alleniani a corrente alternata (quelli che vorrebbero ogni anno un 'Blue Jasmine' o un 'Match Point') non è il caso che coltivino grandi illusioni. Questo è un Woody di ordinaria amministrazione, che se a volte s'accende inaspettatamente è per merito di Emma Stone, che ha l'aria di reclamare un posto d'onore tra le muse allenane." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 dicembre 2014)

"Woody Allen torna in Francia (qui nel Sud), sperando di ripetere il successo del suo irresistibile 'Midnight in Paris' e lo fa con il solito sguardo nostalgico verso il passato, confezionando, non a caso, una commedia romantica che sembra uscita da una cineteca degli Anni Trenta. Niente di clamoroso, purtroppo, e non certo all'altezza del precedente 'Blue Jasmine'. Qui, si limita a trasmettere qualche divagazione su magia e illusionismo, ragione e trascendenza, fede e ateismo, Nietzsche e Hobbes, mediocrità e rassegnazione; nulla di nuovo per chi frequenta la sua filmografia e con un sapore di rimasticato e rielaborato. (...) Singolarmente, i due protagonisti sono bravi, ma tra di loro non si percepisce alchimia. Il film, tranne qualche raro sorriso, si perde nella noia, in particolare nella parte centrale. Parla di magia, ma il pubblico ne percepisce poca. E nonostante una colonna sonora alla Woody Allen, è uno dei suoi film più anonimi." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale' 4 dicembre 2014)

"Allen numero 45, dixieland in Costa Azzurra anni '20, l'eco di Houdini, dimore dell'esotismo americano in Europa, sedute spiritiche, segreti e bugie, razionalismo british e irrazionalismo yankee, l'aldiqua e l'aldilà. Scritto alla Billy Wilder pensando alle commedie di Shakespeare e Molière, gioca alla maschera della magia (tema ciclico di Woody) flirtando con Kierkegaard: la fede e il dubbio, la coscienza e il cielo stellato, Dio e l'esistenza. Firth e la Stone bisticciano come le star del cinema classico (...)." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 12 dicembre 2014)
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