L'odore della notte

ITALIA - 1998
Remo Guerra, un giovane ancora in forza alla polizia, è il capo di un gruppo di rapinatori dell'estrema periferia romana specializzati nell'assalto ai quartieri alti. Ormai totalmente preso dalla sua dimensione illegale, Remo riesce a sviluppare una efficacissima tecnica criminale. La banda aggancia le vittime per strada, le segue in macchina ed entra in casa in un crescendo di modi sempre più duri e violenti. Così va avanti per tantissime rapine. E così la situazione prosegue, anche quando Remo lascia la polizia, che adesso lo può affrontare da nemico. Remo viene anche arrestato, ma una volta uscito riprende la vita di prima come se niente fosse successo. In realtà, a poco a poco, la ripetizione di quei gesti comincia a mostrare segni di stanchezza. In una rapina in un appartamento di alto livello, Remo si trova di fronte i rappresentanti di quei 'poteri' che formano il blocco della società e ne difendono l'esistenza. Remo sembra confusamente diventare consapevole dell'impossibilità di continuare.

CAST

NOTE

- REVISIONE MINISTERO AGOSTO 1998.

- PRESENTATAO ALLA 13. 'SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA' (VENEZIA 1998).

CRITICA

"Il secondo film di Claudio Caligari, quindici anni dopo 'Amore tossico', è' un jolly per il cinema italiano. (...) è ispirato, ma alla lontana, al clan dell''Arancia meccanica' che, nell'Italia anni '70, derubo', violento' e spavento' i vip. Per raccontare la rivalsa, la lotta al privilegio, la sofferenza. (...) Peccato che Caligari sia stato silenzioso così a lungo: il suo film (...) è registrato su una sfumatura inedita di grottesco, ha coerenza stilistica e voglia di sparlare. E ha un gruppo di attori bravi e bravissimi, come Valerio Mastandrea (...). Il film sconta qualche ripetizione, mette fra parentesi il lato Robin Hood, ma tiene il ritmo morale, attacca un Paese che cadrà nella rete di Tangentopoli, attraccando, alla fine, alla deriva delle crisi esistenziali, sui panorami di borgata, dove già il vivere è una droga." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 settembre 1998)

"E' un film controcorrente (...): sia rispetto al nostro cinema in generale, sia più in particolare, rispetto al genere in cui si inscrive. Il soggetto è ispirato a episodi che occuparono le cronache tra la fine degli anni Settanta e l' inizio del decennio successivo (...). 'L' odore della notte' è un film per buona parte riuscito, ma necessita di qualche istruzione per l' uso. Se non si coglie subito la coloritura ironica che Caligari ha voluto dare all' intera vicenda (a partire dalla voce narrante di Remo, che parla un linguaggio retorico con tutta l'enfasi dell' incolto), si può restarne spiazzati. Poi, che il regista italiano abbia voluto fare il contrario di un noir d'azione secondo le regole appare evidente (...). A tutto questo si aggiunga il filo rosso meta-cinematografico che traversa il film, citando il primo western della storia del cinema o Martin Scorsese, usando mezzi stranianti come il fermo-fotogramma e lo split-screen, lo schermo diviso alla De Palma, o giocando lucidamente con i codici del genere. Un po' diluito e ripetitivo nella seconda parte, il film di Caligari è più insolito e coraggioso di quanto si potesse aspettare. E Mastandrea, che in chiusura spara al pubblico come il pistolero della "Grande rapina al treno" di Porter, interpreta bene l' anarchismo e le vaghe motivazioni politiche del suo eroe negativo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 10 settembre 1998)

"Parte benissimo e a lungo sorprende per attuale inattualità stilistica il film dove si celebra, tra annotazioni di esistenzialismo trash e omaggi a Scorsese e Tarantino, l'irresistibile ascesa e caduta di Valerio Mastandrea, un condensato di Sordi e Mastroianni, che conduce una gang di borgatari romani dallo scippo on the road alle rapine nei quartieri alti. 'L'odore della notte' (...) segna il ritorno alla regia di Claudio Caligari, dopo ben sedici anni di distanza da un film-culto come 'Amore tossico'. Originale concentrato di B-movie e di nouvelle vague, di crudo realismo e di ellissi narrative, di linguaggi gergali, di accelerazioni, di fermo-immagini, di epicità volutamente sopra le righe, di sensazioni fino all'ultimo respiro, di marginalità sovraesposte, il film sostiene un eccitante ritmo smanioso e vaneggiante per tre quarti della sua durata (guest-star Little Tony) per poi, quasi inspiegabilmente, franare (e frenare) in un finale poco convinto e convincente." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 10 Settembre 1998)

"A parte l'implicita sgradevolezza dell'ambiente e il distacco quasi impersonale, volutamente entomologico della descrizione, senza l'ombra di un giudizio etico, si riconosce volentieri a Caligari (...) un senso sicuro della narrazione thriller, un tempismo controllatissimo nella scansione dei tempi avventurosi, una capacità di far vivere senza problemi protagonisti e sfondi, affidati ad attori forse in assoluto di non grandi capacità, ma aderenti ai personaggi, ed estremamente credibili (...) Caligari possiede un senso naturale del cinema e del dirigere (...)." (Claudio G. Fava, 'Letture', ottobre 1998)

"Presunto dramma poliziesco con risibili velleità sociologiche che il piemontese Claudio Caligari ha tratto da un romanzo di tale Dido Sacchettoni. Tra attori dalla recitazione sempre concitata, con il romanesco in grande evidenza, e fumose metafore sul destino dell'uomo, c'è da rallegrarsi solo che l'autore sia ben poco prolifico: se fra il primo e il secondo film sono passati quindici anni, il prossimo appuntamento è per il 2013 . Meno male". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 7 aprile 2003)
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