La ragazza senza nome

La fille inconnue

BELGIO, FRANCIA - 2016
2,5/5
La ragazza senza nome
Jenny, una giovane dottoressa, si sente in colpa per non avere aperto la porta del suo ambulatorio a una ragazza trovata di lì a poco senza vita. Dopo aver appreso dalla polizia che non c'è modo di identificarla, Jenny ha solo un obiettivo: scoprire l'identità della ragazza, così che possa avere un nome sulla tomba.
  • Altri titoli:
    The Unknown Girl
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:1.85)
  • Produzione: JEAN-PIERRE E LUC DARDENNE, DENIS FREYDLES PER LES FILMS DU FLEUVE, ARCHIPEL 35, SAVAGE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, VOO, BE TV, RTBF (TÉLÉVISION BELGE)
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 27 Ottobre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Jenny (Adèle Haenel), giovane medico a Liegi, ha ricevuto pazienti tutto il giorno, è stanca. S’è fatta sera, il campanello dello studio suona: decide di non rispondere, nonostante il suo tirocinante Julien (Olivier Bonnard) sia di diverso avviso. L’indomani la polizia le chiede di poter visionare le riprese della camera di sicurezza dello studio: una donna è stata trovata morta nei pressi.

E’ La fille inconnue (“La ragazza sconosciuta”), scritto e diretto dai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, che ritornano in Concorso a Cannes dopo aver già vinto due Palme d’Oro con Rosetta (1999) e L’enfant (2005). Il loro cinema, oltre ad aver fatto scuola, ha già fatto la storia della settima arte: aderenza ai personaggi, temi sociali, forma senza fronzoli, secchezza narrativa, rivelazione dell’essere umano.

Insomma, i Dardenne si conoscono e si riconoscono bene, e La fille inconnue non aggiunge nulla, anzi, conferma un certo appannamento delle ultime prove, Due giorni, una notte (2014) e, soprattutto, Il ragazzo con la bicicletta, miglior script a Cannes nel 2008. Si chiaro, parliamo sempre di film discreti, se non buoni, ma l’impressione è che la misura sia colma, l’evoluzione quasi impossibile, al contrario, la coazione a ripetersi riveli qualche crepa. Rosa dai sensi di colpa per non aver aperto la porta alla moritura, Jenny fa di tutto per darle almeno un’identità e una degna sepoltura, e la sua indagine privata e testarda la porta ad affrontare migranti, trafficanti e ignavi: riuscirà a toglierle quell’attributo, sconosciuta?

Adèle Haenel, già decisamente apprezzata ne Les combattants (2014), incarna – vedi Rosetta, Lorna, eccetera – la peculiare protagonista dei Dardenne, ovvero l’ennesima eroina suo malgrado: lei si prende cura degli altri, i pazienti, ma la sua volontà di curare – “senza cedere all’emozione”, intima a Julien: istruzione d’uso spettatoriale risparmiabile - post mortem la sconosciuta non è supportata, crediamo, dalla necessaria empatia.

Insomma, lo spettro del giustizialismo fine a se stesso è sensibile e, conoscendo la poetica dei Dardenne, non può non essere considerato spurio: sbagliata la Henel nel ruolo o, ipotesi più probabile, la sceneggiatura e la costruzione del suo carattere non vanno nella giusta direzione? Se consideriamo inverosimiglianze ed eccessi, soprattutto d’iterazione, che non sveliamo per mantenere integra l’indagine di Jenny, il dubbio è forte: la critica dei Dardenne, ovvero che di una prostituta immigrata non frega niente a nessuno, nemmeno ai suoi, nell’Europa contemporanea, è abbastanza tagliata con l’accetta, con un sovradosaggio di esemplarità e paradigma, a scapito di una dolcezza, una pietas che meglio avrebbero sciolto l’assunto in immagini e suoni.

Nel cast anche gli attori feticcio Jérémie Renier, Olivier Gourmet e Fabrizio Rongione, un film che pecca di schematismo, un “messaggio” troppo forte e chiaro, una durezza, che non è radicalità, controproducente.

NOTE

- REALIZZATO CON L'AIUTO DI: CENTRE DU CINÉMA ET DE L'AUDIOVISUEL DE LA FÉDÉRATION WALLONIE-BRUXELLES, VLAAMS AUDIOVISUEL FONDS, EURIMAGES; CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL+, CINÉ+, FRANCE TÉLÉVISIONS, WALLONIA, TAX SHELTER OF THE FEDERAL GOVERNMENT OF BELGIUM, CASA KAFKA PICTURES, CASA KAFKA PICTURES MOVIE TAX SHELTER EMPOWERED BY BELFIUS; IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH, DIAPHANA, CINÉART, BIM DISTRIBUZIONE.

- IN CONCORSO AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).

CRITICA

"(...) copyright Dardenne. Che inseguendo il giallo del «whodunit» perdono di vista la poesia casual delle loro storie di umiliata gente comune, restando imbrigliati in un complessino di colpa e nelle paure di un laureando in panne. Il cinema dei fratelli belgi rimane un distributore automatico di dolore: con la costanza della ragione della loro camera, riescono a pedinare, scrutare oltre l'apparenza, isolando un'ossessione senza bandiere di realismo solo del minimalismo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 27 ottobre 2016)

"All'ultimo festival di Cannes (...) 'La ragazza senza nome' è stato accolto assai freddamente. Con umiltà, Jean-Pierre e Luc si sono rimessi al lavoro: ne hanno revisionato il montaggio ed eliminato sette minuti, in modo da rendere l'insieme più dinamico e centrato sull'indagine (le parti soppresse riguardavano soprattutto il lavoro del medico). In effetti il soggetto ha il sapore di un poliziesco a sfondo sociale, un po' alla Georges Simenon; e tuttavia non è questo l'aspetto che preme di più ai Dardenne. I quali ribadiscono più che mai con questo film il loro statuto di registi umanisti e, insieme, quello stile inconfondibile che (malgrado le imitazioni) permette di riconoscerli a prima vista. (...) Forse due linee narrative basate sulla responsabilità sono tante per un solo film; però la parte dell'indagine è fortissima e interpella lo spettatore sul suo personale senso etico. Via via che i personaggi rivelano cose poco edificanti di se stessi, reagendo alle domande di Jenny come a una cartina di tornasole. E poi c'è lo 'stile Dardenne': la precisione implacabile delle inquadrature e dei movimenti di macchina, la centratura dello spazio sui corpi dei personaggi. (...) Quanto all'interpretazione di Adèle Haenel, qualcuno l'aveva trovata monotona: ma è ciò che può dire chi pensa che ogni parte vada recitata 'alla' Meryl Streep. La prova dell'attrice ventisettenne è straordinaria per come suggerisce le emozioni tenendosele dentro; mostrando la determinazione di Jenny senza farne un'eroina; sempre avvolta nel suo montgomery come a proteggersi dal mondo esterno, però decisa ad andare fino in fondo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 27 ottobre 2016)

"Dramma della responsabilità, moneta rara, non scambiabile, nel nostro tempo insofferente. Per i Dardenne di 'L'Enfant' e 'Due giorni, una notte' un ritorno al tema, meno governato dalla pressione dell'intreccio, dal loro filming concitato, allineato a personaggi in trappola. (...) È la prima volta che i fratelli, due volte Palma d'oro, includono la detection esplicita nel racconto morale. Risultato? Non sempre si crede alla tenacia e al coraggio 'di genere' di Jenny, mentre la soluzione del giallo sembra forzata per convogliare personaggi laterali a una doppia esposizione del tema: pure l'assassino confessa per raggiunta onestà. La dedizione del celebre 'metro primo piano' dei Dardenne sulla mattatrice Adèle Haenel ne fa pero un'eroina viva." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 27 ottobre 2016)

"Piacerà a chi come noi è convinto che i Dardenne non sbagliano mai un colpo, anche se probabilmente questo non è tra i loro esiti migliori. Certo, le storie di vinti nella banlieue della civilissima Liegi come le raccontano loro non le sa fare nessuno." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 ottobre 2016)

"Seppur con meno originalità rispetto ai film precedenti, i fratelli Dardenne firmano un altro romanzo morale e affrontano un tema forte come la necessità di assumersi responsabilità personali quando le collettive sembrano perdute. Ricordandoci che siamo tutti un po' colpevoli per ciò che accade accanto a noi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 ottobre 2016)

"Sono i Dardenne di sempre quelli che firmano 'La fille inconnue' (...), pronti a pedinare i comportamenti dei singoli perché il loro discorso sia ascoltato dai tanti. Ma questa volta la protagonista (...) è troppo monocorde, troppo prigioniera del suo ruolo e alla fine il respiro del film ne risente. (...) Un percorso lungo, a volte non privo di pericoli (...) che serve ai due registi belgi per scavare nel tema della responsabilità di ognuno. Alla stregua di un prete laico (...), Jenny cerca le «confessioni» di chi ha visto o sa, scoprendo un mondo di peccati, reticenze, immoralità. Per una volta, però, nella carriera dei Dardenne, queste rivelazioni sono troppo meccaniche, troppo esplicite, troppo «telefonate» e finiscono per tenere lo spettatore lontano dal film, che finisce per assomigliare troppo a un teorema moralistico." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2016)

"Come in tutti i film dei Dardenne, al centro de 'La fille inconnue' (...) c'è un personaggio che si agita, corre di qua e di là, va controcorrente, combatte. Ma stavolta è un medico e le cose si complicano. All'ostinata missione personale (...) si sovrappone la nobile missione quotidiana (...), rischiando di stendere un sottile velo di moralismo sul dispositivo sempre così asciutto dei Dardenne. Anche l'epilogo è un po' macchinoso, come se a forza di variare lo stesso schema i geniali registi di tanti film memorabili (...) qui scoprissero fin troppo le carte. È solo una sensazione, e l'overdose da festival non aiuta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2019)

"Maestri di naturalezza e verità, i Dardenne giocano sull'usuale registro minimalista il dramma morale di Jenny (...). Alla fine però restiamo sulla fame di sapere di più di lei, del suo impegno quasi monacale; e poco ci aiuta la recitazione in sottotono della pur concentrata Adèle Haenel." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 19 maggio 2016)

"Concentrato sulla figura della protagonista e su un'atmosfera di sentimenti trattenuti, di infelicità non confessate che si manifestano nelle sindromi dei pazienti, 'La fille inconnue' si sviluppa con i toni del giallo, ma non vuol essere un giallo. Parla di un contesto sociale di cui fanno parte immigrati con problemi di documenti e di lavoro, ma non vuol essere un film sull'immigrazione (...). Qualunque legame con fatti realmente avvenuti è, come si dice, puramente casuale, e i Dardenne rivendicano la caratteristica non sociologica dell'opera (...)." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 19 maggio 2016)

"(...) narrazione tesa di uno stile che sa accordare ogni variazione, anche la più impercettibile a un universo poetico netto e identificabile nel quale film dopo film ritornano gli stessi motivi e le stesse domande: una variazione sulla realtà che illumina traiettorie universali. Non è mai questione di colpevoli o di vittime nel cinema dei Dardenne (...) persino nei film meno riusciti come era il precedente 'Due giorni, una notte' rispetto al quale i due fratelli cineasti sembrano stavolta molto più a loro agio - forse anche grazie alla presenza di Adéle Haenel (...) superba e essenziale (a differenza delle faccette di Marion Cotillard). Vi ritroviamo anche i luoghi di molti loro altri film, Seraing la periferia di Liegi anonima e indifferente, gli attori, da Fabrizio Rongione a Jérémie Regner e Olivier Gourmet, quasi a sottolineare la continuità di uno sguardo sul mondo, di un'indagine che come quella del personaggio ne interroga - e ne mette in evidenza - il funzionamento negli aspetti meno accettabili. Loro (e lei)non giudicano, non accusano né impongono una visione allo spettatore per tranquillizzarne le aspettative, e tantomeno cercano il sentimentalismo complice che produce comunque un sollievo. Il loro cinema parla del presente, del nostro tempo, quel fotogramma unico e ripetuto che si insegue sugli schermi del festival, attraverso un'immagine la cui dimensione «politica» si produce nei contrasti. (...) Come sempre nei Dardenne è il corpo a parlare, a disegnare la realtà. Corpi malati, stressati, feriti, che fanno fatica a respirare, soffocano nelle convulsioni, vecchi o giovani poco importa. Corpi che sono soltanto merce, ignorati, calpestati, sfruttati (...)." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 19 maggio 2016)

"Con il loro ultimo titolo i due (...) sembrano non solo ripetersi, ma mettere a nudo certi limiti del loro cinema. (...) Rispetto al versante sociale della loro opera, i Dardenne qui accentuano una certa cattolica pesantezza (il film è punteggiato di vere e proprie confessioni in senso religioso) e ordiscono un teorema che manca della libertà e della fisicità tipiche dei loro film migliori." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 19 maggio 2016)

"I Dardenne (...) appartengono alla strana famiglia dei fratelli creativi all'unisono, un vizio di forma nato con i Lumière e sconosciuto nelle altre arti. I Coen, i Taviani, i Wachowski (...) sono solo i più noti, a dimostrazione che il comando diviso in due non nuoce al set. (...) Cambia (...) l'attrice chiamata a interpretare la figura femminile, perno fisso del loro cinema, quella più appropriata a incarnare il loro pensiero: la morale è sempre individuale (...). Dopo Cecil de France (...) e Marion Cotillard (...) arriva (...) Adèle Haenel, bellezza fin troppo armoniosa per interpretare Jenny, medico di base di un quartiere sfavorito. Anche questa volta i Dardenne ambientano il film dove già avevano situato i precedenti, a Seraing, borgo satellite di Liegi, come se dovessero ciclicamente tornare sul luogo del delitto. (...) Come al solito le immagini sono nette, le inquadrature dense, i dialoghi essenziali, la musica assente. Il processo estetico è funzionale alla messa in luce di comportamenti osservati e semplicemente offerti allo spettatore come d'uopo in un morality play." (Andrea Martini, 'Nazione-Carlino-Giorno', 19 maggio 2016)

"Ci sono registi che rivoluzionando se stessi finiscono con il ritrovarsi. E ci sono registi che restando sempre fedeli a se stessi finiscono con l'inaridirsi. Ai primi appartiene Pedro Almodòvar, con il suo 'Julieta' (...). Dei secondi fanno parte i fratelli Dardenne, con la loro 'La fille inconnue'(...). Da anni questa coppia di cineasti belga gira sempre lo stesso film, anche se ogni volta è differente, per il protagonista scelto, per l'angolazione data, per la brillantezza psicologica, per la profondità della scrittura e la sua resa cinematografica. Questa volta però qualcosa è andato storto, la storia non decolla, non c'è empatia fra attore e spettatore, resta la qualità, ma subentra il 'déjà vu' e, quel che è peggio, la noia. (...) Pur senza essere un giallo (...) ha un andamento da poliziesco, ma la dottoressa Jenny non è il commissario Maigret e i Dardenne non sono Simenon. L'inchiesta è un po' semplicistica nel suo svolgimento e come attrice Adèle Haenel ha sempre la stessa espressione, un po' troppo ingrugnata vista la giovane età. (...) come medico dei poveri non è di quelle che scaldino i cuori, e insomma c'è uno lato fra il parossismo con cui conduce la sua investigazione e la professionalità distante che mostra verso i suoi pazienti. Lo squallore del paesaggio belga non aiuta e se in altri film dei Dardenne era una parte integrante della storia, qui è un ulteriore elemento di indifferenza nei confronti dell'essere umano." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 19 maggio 2016)
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