L'amore bugiardo - Gone Girl

Gone Girl

USA - 2014
Carthage, Missouri. Nick e Amy Dunne sono giovani e brillanti; una coppia apparentemente invidiabile. In realtà, i due mal si adattano alla vita della cittadina di provincia, dove sono stati costretti a trasferirsi a causa della malattia della madre di Nick e dopo aver perso il lavoro e la casa di New York. Soprattutto Amy, piuttosto viziata e capricciosa, fatica ad abituarsi alle ristrettezze economiche e alla mancanza degli agi cui era abituata. Poi, nel giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Amy scompare. Per Nick inizia l'incubo dei sospetti come primo indiziato: è privo di alibi e tutte le prove sembrano indicare lui come possibile assassino della moglie. Nick nega tutto e, per difendersi, avvia un'indagine parallela per scoprire cosa sia successo in realtà...

CAST

NOTE

- PREMIO FARFALLA D'ORO AGISCUOLA ALLA IX EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2014) NELLA SEZIONE 'GALA'.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBE 2015 PER: MIGLIOR REGIA, ATTRICE PROTAGONISTA (ROSAMUND PIKE) DI FILM DRAMMATICO, SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA.

- ROSAMUND PIKE E' STATA CANDIDATA ALL'OSCAR 2015 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

CRITICA

"Thriller matrimoniale con l'ambizione di sviscerare gli spostamenti progressivi di amore, fiducia e progetto coniugale, ha un perverso rapporto con lo spettatore, come tutti i film di Fincher, da 'Seven' a 'Fight Club' e 'The Game': lo manipola per ragionare sul cinema e le sue leggi. In dotazione Hitchcock, De Palma e Kubrick, ma il finale inverosimile smonta pezzo per pezzo la coinvolgente dinamica di simulazione, attacco e difesa tra i due. La faccia impiegatizia di Affleck funziona." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 19 dicembre 2014)

"Adattando il best seller di Gillian Flynn (...), David Fincher ('Zodiac', 'Seven') va a nozze con totale sfiducia per una ambiguità umana tradotta in un noir di vivisezione affettiva. In azioni coniugali parallele che coprono tutto l'arco odio amore, il thriller 'L'amore bugiardo - Gone Girl' trova le sue fonti nel pirandellismo del così è se vi pare e negli echi del pessimismo nordico matrimoniale, trionfo di menzogna ma aperto anche a profonde crepe di perfido humour." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 dicembre 2014)

"Ci sono film così abili e così sgradevoli da suscitare reazioni troppo epidermiche per non diffidarne. Altri arrivano preceduti da una tale fama che le aspettative salgono alle stelle mentre sotto sotto ci si scopre diffidenti: sarà vera gloria? 'L'amore bugiardo - Gone Girl' appartiene a entrambe le categorie, ma portando la firma di un grande talento come David Fincher bisogna interrogare a fondo le proprie resistenze. La grande maggioranza degli spettatori (critici compresi) lo trova irresistibile. Un'ostinata minoranza (eccoci), tedioso e manipolatorio. Eppure la manipolazione è il cuore, il soggetto, la pasta stessa di cui è fatto questo mystery a scatole cinesi in cui tutti complottano, tutti tradiscono, tutti mentono. E chi non mente - l'opinione pubblica, che si beve le diverse versioni della storia inscenate via via - è complice di questo puzzle di menzogne a cui vuole ostinatamente credere. Non è un quadro molto edificante, ammettiamolo. E ammettiamo pure che sia, specie oggi, molto realistico. In questa luce Nick e Amy (Affleck e Pike) sono i protagonisti ideali. (...) Non anticiperemo certo i mille violenti capovolgimenti di una trama che approda a una verità sconsolante e nemmeno così inedita. Nell'epoca di Internet e dei canali 'all news', siamo tutti schiavi della nostra immagine. Anche la sfera più intima dell'esistenza, la coppia, la famiglia, è un terreno di scontro e simulazione in cui ogni mossa è permessa, specie se proibita. L'amore si rovescia nel suo opposto, che come ricorda Jung non è l'odio ma il potere. E tutto può essere falsificato e diventare vero un secondo dopo. Purché qualcuno lo veda su uno schermo e ci creda. Il problema è che a forza di essere solo calcolo e apparenza, Nick e Amy finiscono per risultare così vuoti e disumani da perdere qualsiasi fascino. Di qui il tedio. In fondo 'The Social Network' aveva già raccontato tutto. 'Gone Girl' si limita a dimostrare cosa accade, dopo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 dicembre 2014)

"Durante la prima ora David Fincher, concentrato nell'impostazione della storia, si diverte a sapere quello che lo spettatore non sa, un po' come faceva Hitchcock. Però 'L'amore bugiardo' non è un film hitchcokiano: o almeno, non lo è nell'ora e mezza successiva. Non dimentichiamo che Fincher è il regista di 'Seven' e 'Fight Club', ma anche di quel 'The Social Network' che rappresentava l'ascesa di Facebook nei toni del noir. Mentre i colpi di scena si moltiplicano e il film alterna i punti di vista, lui ci racconta soprattutto il suo: la vita è una rappresentazione illusoria a metà tra la farsa e l'incubo; il matrimonio, con le sue promesse assurde, ne costituisce l'emblema; ma la società dello spettacolo dove siamo impantanati ne è la più diabolica realizzazione." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 18 dicembre 2014)

"In un susseguirsi di flashback giocati su un discordante, ambiguo intreccio di punti di vista, poco a poco emerge la verità dei fatti, ma non la verità sulla coppia (...) un teso, smaltato thriller pieno di colpi di scena; e nello stesso tempo come una disillusa, enigmatica riflessione sul matrimonio. Ma è un aspetto, questo, che resta sacrificato sull'altare del cinema di genere." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 18 dicembre 2014)

"'Gone Girl' è il sequel di 'The Social Network': dopo quel Facebook, questo Fakebook, ed è sempre l'album delle menzogne. David Fincher continua a decrittare i vizi privati fatti pubblici della società neocapitalistica: là la genesi, qui lo stato dell'arte, il regista seguita ad ascrivere responsabilità individuali ai cambiamenti sociali. Siano gli Zuckerberg piuttosto che questi Nick e Amy, Fincher crede che dare un nome ai responsabili significhi dare una spiegazione alle loro azioni e alla nostra visione del mondo, ma è così? E, soprattutto, l'approdo di Fincher ci dice qualcosa che già non sapevamo o ce lo dice meglio? Tratto dal bestseller di Gillian Flynn (Rizzoli), 'L'amore bugiardo' esula da un genere specifico, meglio, ne contempla più d'uno: quello principale è il thriller, suppergiù a scatole cinesi. (...) Della coppia Nick e Amy, come già della coppia Eduardo Saverin e Mark Zuckerberg, a Fincher non interessa quasi nulla: sono gli spettatori delle loro azioni, in ultima analisi gli spettatori del film, il suo punto focale, mentre la crisi del matrimonio e i suoi derivati sono il dito che indica la luna. La più grande menzogna del film, già avvertibile nell'appartenenza problematica al genere thriller, è questa: non è 'Gone Girl', la ragazza scomparsa, il film, ma ancora una volta il Social Network sulle sue tracce. (...) a 'Gone Girl' manca l'umanità dolente, il cuore di tenebra, i fallimenti e la fallibilità. Ed è grave, caro Fincher, perché se non ce ne frega nulla del proprietario del dito, di sicuro non guarderemo mai la luna." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 18 dicembre 2014)

"Più un noir che un thriller, in effetti, ma anche una spietata disamina del barbaro vampirismo mediatico, in particolare statunitense; un ricalco hitchcockiano, però depistante; un rompicapo di volta in volta striato di humour parodico e acmi sanguinarie; una soap opera congelata e claustrofobica e, soprattutto, una ghignante metafora del matrimonio descritto come la più grande macchina di menzogna fisica e contenzione sociale congegnata dagli esseri umani. «L'amore bugiardo» è un film sulla forza autodistruttrice delle apparenze, ma non esplorate da un ordinario versante etico, bensì chiamate a testimoniare sulla tanto più intima e segreta quanto più tormentosa divaricazione che riguarda noi tutti tra quello che siamo e quello che vogliamo sembrare di essere, come ci valutiamo e come vogliamo essere valutati, le scelte che facciamo liberamente e quelle che vogliamo ci identifichino assolutamente. Insieme alle tortuose anse dell'intreccio, tratto con sfrondature da un best-seller di Gillian Flynn che si potrebbe senza complessi definire da stazione (come lo erano, del resto, la maggior parte di quelli trasposti nei cult- movie del genere), lavorano una fotografia ossessiva/desaturata e una musica neutra/elettronica che hanno lo scopo di rendere circolare e stratificato il rapporto tra i due antitetici protagonisti (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 dicembre 2014)

"'Amore bugiardo' è possibile che mandi a casa contenti tutti. Pur partendo da due premesse un po' inquietanti. Prima, il film parte da un best seller (di Gillian Flynn). Che se era riproposto pari pari poteva originare il pastrocchio (perché pieno di sottotrame, comprensibili perché recuperabili in un libro, farraginose e divagatorie in un film). Bene, David non solo ha chiamato Gillian alla sceneggiatura ma è riuscito a persuaderla a eliminare tutti i particolari, i personaggi che funzionavano magari sulla carta, ma il suo film l'avrebbero impiombato. Secondo pericolo, il disorientamento dello spettatore. 'Amore bugiardo' parte come un giallo classico. Ma poi imbocca la strada della commedia di costume. E dell'apologo sul rapporto uomo-donna nel secolo ventunesimo. 'Amore bugiardo' ha un'ossatura che ricorda (non casualmente) 'La donna che visse due volte' di Hitchcock, ma dentro riesce a metterci cose che 'Hitch' non poteva sognarsi. Oggi marito e moglie non possono ammararsi in santa pace, ma il loro dramma è gestito, manipolato capovolto dall'intromissione di 'media'. Anche se manipolato fino a un certo punto. Nick sembra messo in croce da un terribile anchor woman, ma in realtà è lui a rigirare le carte. E idem per quanto riguarda Amy (sono due ragazzi del secolo, hanno imparato a menadito che l'unica cosa che conta è apparire e la prima cosa da imparare è come apparire)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 dicembre 2014)

"Ci sono tante anime in questo meraviglioso film pulp di David Fincher. È, prima di ogni cosa, un thriller che ti spiazza. Prende per mano lo spettatore, lo illude di aver intuito dove andrà a parare la trama e poi lo stordisce con colpi di scena a ripetizione, inaspettati, azzeccati nei tempi. Ma è anche una pellicola sentimentale che racconta l'«amore bugiardo» di due persone agli antipodi, che si incontrano, si amano alla loro maniera e poi finiscono per detestarsi, odiarsi, senza poter fare a meno, però, l'uno dell'altra; con un bell'attacco al matrimonio borghese. Ed è un lungometraggio che denuncia la manipolazione dell'opinione pubblica da parte di certi media che sono pronti a trasformarti in un mostro, calpestando ogni tua dignità, sacrificata sull'altare dell'audience. (...) Ben Affleck, che continua ad azzeccare le pellicole giuste, è perfetto e naturale nella parte del marito bamboccio che si trova ad affrontare qualcosa di troppo grande per lui. La vera star, però, è Rosamund Pike, bella e glaciale, che sembra uscita da un film di Hitchcock. Fincher, poi, è semplicemente strepitoso nel giocare a scacchi con chi è seduto in sala." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 18 dicembre 2014)

"Non sarà peregrino, dopo 'House of Cards' e 'Gone Girl', ritenere David Fincher il regista americano più decisivo del momento. La miscela adrenalinica che ha contraddistinto da subito il suo cinema ha via via affinato la propria composizione, caricandosi di sempre più raffinate suggestioni, e oggi l'uomo di Denver è davvero tra i grandi narratori della nostra contemporaneità, come pochi in grado di investigare la scena pubblica e la privata, facendo del suo racconto un ritratto sociale e insieme un'analisi intima dell'essere umano. (...) succede nel suo nuovo film (...) 'Gone Girl', dove il contratto sociale per eccellenza, il matrimonio, viene dissezionato e messo a nudo nelle sue evoluzioni privatissime e nella sua dinamica pubblica, anzi mediatici, fino al parossismo. (...) Con sviluppi imprevedibili (o forse no, se si colgono i giusti segnali di partenza). Il nucleo attorno a cui si sviluppa la vicenda è (...) il matrimonio, autentico personaggio ombra del film, come se fossimo in un dramma di Strindberg, che per criticare troppo l'istituzione arrivò a beccarsi un processo per blasfemia. Diciamo Strindberg anche per la strisciante misoginia che innerva il ritratto di quasi tutti i personaggi femminili, ad eccezione di uno, la sorella di Nick, che però fa caso a sé, sembrando quasi una proiezione dell'uomo più che una figura autonoma (non è un caso che i due siano gemelli). Il racconto si produce attraverso un uso magnifico del tempo: situazioni in parallelo e sguardi sul passato si intersecano in un mosaico che fa capire come un gesto, un atteggiamento, un sentimento nella vita non si consumino nella loro durata effettiva ma producano cerchi che si allargano sul dopo, inesorabilmente. Quest'uso scandito del tempo crea una impressionante tensione che non conosce soste lungo le due ore e mezza di durata. Merito del copione che Gillian Flynn ha tratto dal suo bestseller; merito dell'eccezionale lavoro sulla costruzione delle scene, che Fincher crea con la sua rodata squadra composta, tra gli altri, dal virtuoso della fotografia, Jeff Cronenweth, e lo scenografo Donald Graham Burt. Che Fincher sia un grandissimo autore lo si capisce infine dalla qualità della recitazione. Nelle sue mani molti dei suoi attori hanno offerto l'interpretazione migliore della loro carriera. Aiuta molto la presenza, al fianco di Ben Affleck, di una sbalorditiva Rosamund Pike, nei panni di Amy, capace di recitare contemporaneamente due sentimenti diversi, tenere assieme gli opposti, essere bianca e nera allo stesso tempo: se non è magia questa, le assomiglia parecchio." (Alberto A. Tristano, 'Libero', 21 ottobre 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy