Italiano Medio

ITALIA - 2015
Italiano Medio
Giulio Verme, ambientalista convinto in crisi depressiva, alla soglia dei 40 anni si ritrova a fare la 'differenziata' in un centro di smistamento rifiuti alla periferia di Milano. Avvilito, furioso, depresso è ormai totalmente incapace di interagire con chiunque: con i colleghi di lavoro, con i vicini, con la famiglia e con Franca, la compagna di una vita. L'incontro con l'agguerrita anche se poco credibile associazione ambientalista dei "Mobbasta" lo convince a combattere fervidamente contro lo smantellamento di un parco cittadino, ma per Giulio è l'ennesimo fallimento. Non ci sono più speranze per lui fino a quando incontra Alfonzo, un suo vecchio e odiato amico di scuola che ha però un rimedio per tutti i suoi mali: una pillola miracolosa che gli farà usare solo il 2% del proprio cervello anziché il 20%, come si dice comunemente. Ed è proprio così che Giulio supera la depressione: non pensa più all'ambiente ma solo a sé stesso, alle donne, ai vizi, passioni e virtù di ogni italiano medio. Una battaglia senza esclusioni di colpi si consuma nel cervello e nella vita di Giulio tra l'Italiano Medio e quello impegnato ma inconcludente che lo porterà non solo a diventare il Vip più famoso d'Italia ma anche a cambiare gran parte della sua vita...
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: MARCO BELARDI PER MEDUSA FILM, LOTUS FILM
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 29 Gennaio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Dopo i Zalone, i Siani e i Ruffini  tocca a Maccio Capatonda tentare il complicato travaso sul grande schermo. Lo fa anche lui sotto l'egida Medusa, sviluppando un trailer di tre anni fa, che annunciava un film - Italiano medio – che era la parodia di Limitless. Ricordate il fanta-thriller in cui Bradley Cooper assumeva una misteriosa droga capace di ampliare le proprie facoltà mentali? Ecco, nel trailer ideato da Capatonda, succedeva esattamente il contrario: una pillola riduceva sensibilmente la percentuale di cervello sfruttato, da un consono venti per cento a un modestissimo due. Scritto, diretto, montato e interpretato da Capatonda, Italiano medio estende e approfondisce quell'idea raccontando la mutazione di Giulio Verme (Capatonda), da attivista radicale a menefreghista totale. Grazie alla pillola “decerebrante”, la coscienza sociale di Verme va in letargo e a risvegliarsi sono i suoi peggiori istinti, in un abbrutimento senza fine che tocca il punto più basso con la partecipazione a un talent–show per lobotomizzati, Mastervip. Spettatori-complici di questa metamorfosi un vecchio e ottuso compagno di scuola (Herbert Ballerina), la moglie monocorde (Lavinia Longhi), l'avvenente dirimpettaia (Barbara Tabita), l'impresentabile costruttore Cartelloni (Rupert Sciamenna) e un gruppo di ecoterroristi che si fanno chiamare “Salmoni” perché vanno sempre controcorrente. A rendere Italiano medio qualcosa di più e di meglio di uno sketch esteso, è una riuscita partitura corale, unita a un'architettura formale inedita per operazioni del genere. Italiano medio è un film a tutti gli effetti, che piuttosto che camuffare la sua modestia qualitativa la sottolinea nel tipico modo di Capatonda. Quest'ultimo riesce a combinare i punti di forza della sua comicità – svarioni linguistici, dialoghi da analfabeti, svuotamento dei codici filmici, paralisi facciale – con un canovaccio narrativo più articolato e adatto al lungometraggio. Il risultato, invece che annacquare le sue doti, le esalta, regalandoci una commedia che mancava e una declinazione dell'idiotismo mai fine a se stessa, lucida anzi nella rivisitazione vandalica di modelli cinematografici e televisivi pregressi. Il medio proporzionale tra l'italiano impegnato e quello debosciato e qualunquista è – sembra suggerire Capatonda – il medium, un blob dirompente e vischioso che trascina via tutto, la commedia piccolo-borghese e  la tv trash degli ‘80, la volgarità dei cinepanettoni e l'arte della macchietta alla Sordi. Optando poi per una caricatura della caricatura che trasformi il modello originario in pura, inquietante astrazione, Capatonda oblitera uno sguardo immanente e nichilista in un ghigno alterato e disabitato. La sua Italia è l'espressione geografica di un Vuoto Cosmico: tutto è ammesso perché nulla vale. Persino la mostruosità sa essere sfacciatamente normale e spaventosamente divertente.

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO PER LOTUS PRODUCTION: ENRICO VENTI.

CRITICA

"Anche sul teleschermo e il web tutti ci tengono a sparare ad alzo zero contro il cosiddetto italiano medio che sarebbe la sentina di tutti i mali. Tra questi crociati della denuncia spicca senza dubbio Capatonda, performer quasi inclassificabile, ma in ogni caso fornito di una vocazione demolitoria, anarcoide e disinteressata agli sfogatoi politici. Al cinema il suo personaggio-guida Giulio Verme, contornato dagli attori-complici delle avventure care a migliaia di giovani habitué, si è adesso materializzato in «Italiano medio» già oggetto delle pensose esegesi dei cultori del filone socio-demenziale. C'è il rischio al proposito d'imbarcarsi in una contorta corsa allo snobismo dell'antisnobismo o di cedere alla tentazione d'incrociare le armi in qualche modo con le reazioni dello spettatore, appunto, medio. Forse è il caso, invece, di mantenersi all'altezza di quel (poco) che Capatonda riesce a proporre nel ritmo, la forma e la chiave narrativa del film, già arrivato ai vertici delle classifiche di botteghino, con circa due milioni di incasso (...). A parte l'imbarazzo suscitato dalle movenze schizoidi e gli strepiti invasati, secondo noi il fallimento del trapianto sta nell'ovvietà dei bersagli, la stiracchiatura delle maschere e la puerilità delle provocazioni." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 5 febbraio 2015)

"Maccio Capatonda, nome d'arte di Marcello Macchia (...) racconta dal grande schermo in «Italiano medio» (...) una storia, un personaggio, in cui egli stempera la sua vis comica surreale, dissacrante, caratterizzata da un linguaggio basato su giochi, su storpiature di parole. Una comicità dalla vena ironica, talvolta sarcastica, demenziale, maturata e affinata, assieme a collaboratori e amici, sia come autore di numeri parodistici e di finti «reality» diffusi in rete, sia con la partecipazione a programmi e spettacoli televisivi (...) e radiofonici (...). Diversamente da alcuni comici, passati dietro la cinepresa, Maccio Capatonda, fra citazioni da film di Stanley Kubrick e di David Fincher e ispirandosi alla vicenda di «Limitless» di Neil Burger, non licenzia un collage delle sue gags, ma un racconto a tutto tondo, dalla struttura abbastanza fluida e coerente (ne ha curato il montaggio). Un racconto in cui, fra battute, situazioni e trovate deliranti (non poche sono scurrili e volgari), in una progressione dal ridicolo al grottesco, mette alla berlina una certa società italiana, della quale il rinato Giulio Verme, un cafone gretto e amorale, attento solo al proprio tornaconto, è il prototipo: scarsamente dotato di coscienza civile, narcisista e ignorante, è l'incarnazione delle idiosincrasie, degli stereotipi, delle ossessioni dell'italiano schiavo della televisione e dell'eccesso: una folla di figure inquietanti, esagerate, ma verosimili, dirette eredi dei «mostri» di Dino Risi." (Achille Frezzato, 'L'Eco di Bergamo', 4 febbraio 2015)
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