Il tuo ultimo sguardo

The Last Face

USA - 2016
Il dottor Miguel Leon, un coraggioso medico spagnolo, ha fatto del suo lavoro una missione, portando aiuto alle vittime delle sollevazioni militari in Africa. In Liberia incontra la dottoressa Wren Petersen, direttrice di un'organizzazione internazionale che fornisce assistenza medica ai paesi in via di sviluppo. Sullo sfondo della guerra civile che sta devastando il Paese, tra i due nascerà un'appassionata storia d'amore. Entrambi, però, dovranno trovare il modo per mantenere vivo il loro rapporto in condizioni estremamente difficili e affrontare anche il problema che le loro opinioni per risolvere il conflitto che li circonda sono diametralmente opposte.

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).

CRITICA

"'The Last Face' mescola mélo e dramma, storia d'amore e cronaca umanitaria. (...) I temi non sono banali ma la messa in scena è tanto schematica quanto ricattatoria, fatta di tramonti romantici e corpi sventrati, crudeltà tribali e discorsi umanitari. E più che l'incongruenza di usare volti hollywoodiani per ruoli che si vorrebbero anti-hollywoodiani, infastidisce la superficialità della sceneggiatura (...) e la pretesa di accostare temi così complessi con uno sguardo così poco sincero e profondo." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 maggio 2016)

"Un concentrato di banalità sentimentali e dialoghi assurdi che usa le nefandezze della guerra in Liberia come espediente spettacolare per dare pathos ai tormenti dei protagonisti (...). Impegnati ad amarsi e scontrarsi per tutto il film, viste le loro opposte visioni dell'impegno umanitario, mentre i ribelli sterminano i civili, o costringono i bambini a sparare al padre, senza che Penn si chieda un secondo come mostrare tanti orrori senza cadere nell'osceno e nel ricattatorio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 maggio 2016)

"(...) affronta uno dei temi più caldi del momento - le guerre e i flussi migratori da esse generati - impastandoli con una storia d'amore bella impossibile. (...) L'inconciliabilità di amore e guerra è dunque uno dei temi del film i cui protagonisti si fanno portavoce dei diversi approcci alla possibile risoluzione del problema. (...) Un tema appassionante (...) ma la debolezza del film sta proprio nell'incapacità di Penn di armonizzare le sequenze di guerra, durissime e sanguinose, girate in stile documentaristico, e quelle d'amore, estetizzanti e patinate, sottolineate da una voce fuori campo che rende il tutto decisamente stucchevole." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 maggio 2016)

"(...) il film ha un'intrinseca dimensione kolossal che contrasta con le ambientazioni più intime delle regie precedenti di Penn (...). Rispetto a un film su un soggetto analogo, come 'Beasts of No Nation', 'The Last Face' ha un impianto più convenzionalmente hollywoodiano (anche se è un film indipendente e ancora senza distributore Usa) - la storia d'amore che si svolge sullo sfondo di un conflitto dall'altra parte del mondo. (...) Nemmeno una ferrea dieta a base di Ernst Hemingway e Frank Borzage, probabilmente, avrebbe salvato il film di Penn. Che è sconquassato e noioso, ma non merita la ferocia con cui è stato accolto." (Giulia D'Aagnolo Vallan, 'Il Manifesto', 21 maggio 2016)

"Il film è doppiamente pornografico: per il realismo ripugnante delle scene di violenza, e per gli osceni tramonti africani (fotografati da Barry Ackroyd, che è stato l'operatore di Ken Loach: come passare dai bolscevichi al Tea Party) sui quali si spalma, commentata da musiche strappalacrime, la storia d'amore fra i due divi. Sono, questi, i film con cui Hollywood si lava la coscienza: ma che li firmi Sean Penn, uno che le cause umanitarie le sostiene davvero, è doppiamente doloroso. Viene il sospetto che non l'abbia fatto lui: o che, comunque, non l'abbia visto." (Albero Crespi, 'L'Unità', 21 maggio 2016)

"L'attore, notoriamente impegnato in varie cause umanitarie (dal terremoto di Haiti al Pakistan), era probabilmente animato da buone intenzione nel raccontare l'amore tra due medici in Africa, sullo sfondo delle guerre in Sierra Leone, Liberia e poi Sud Sudan. Il risultato però è, ad essere generosi, moralmente dubbio e di un kitsch senza scampo, coi suoi ralenti enfatici su musiche finto-africane di Hans Zimmer. (...) un fumettone esotico che potrebbe essere 'La mia Africa', con Charlize Theron nell'ospedale da campo che merita la Palma dell'inverosimiglianza, e un pizzico di lirismo alla Malick che non aiuta. Ma con intorno una sequela di orrori bellici a fare da puro sfondo spettacolare, al limite del pornografico (...)." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 21 maggio 2016)

"Istruzioni per l'uso. Quando si fa un film sull'emergenza umanitaria in Africa (massacri tribali, campi profughi, malattie, epidemie, carestie, orfani e bambini soldato, madri e figlie violentate, Ogn, Onu, ospedali da campo e medici senza frontiere) siate realisti, evitate l'impossibile. Per esempio, in una tendopoli dove di notte le donne hanno paura di andare alle latrine perché non c'è luce e potrebbero essere assalite, non fate circolare Charlize Theron in t-shirt. Per esempio, dovendo raccontare la drammatica quotidianità sanitaria, non trasformate Xavier Bardem in un chirurgo demiurgo che nella foresta fa un cesareo su una donna già abbondantemente massacrata e salva lei e il nascituro, ogni due per tre risolve un caso clinico, non prende nulla sul serio, ma piange spesso. Infine, nel cercare di dare conto del problema, immenso, della deriva post-colonialista del continente nero, usate con cautela le semplificazioni sulle colpe dell'Occidente, le tirate retoriche e generiche sul capitalismo insensibile, i pistolotti umanitari. In caso contrario, il minimo che vi possa capitare è questo 'The Last Face' (...) dove Sean Penn (...) sciorina tutto il peggior campionario retorico della pornografia sentimentale applicata alle guerre (...)." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 21 maggio 2016)

"Non merita molte parole Sean Penn. Il suo «The Last Face» è un polpettone d'amore e morte cui non basta un cast di star per decollare. (...) Girato tra Liberia, Sudafrica, Sudan, Parigi e Ginevra, il film vorrebbe raccontare le contraddizioni degli aiuti occidentali. Vorrebbe, ma non ci riesce. È solo una pellicola indisponente." (Marco Dell'Oro, 'L'Eco di Bergamo', 21 maggio 2016)

"Sesto film diretto dall'attivista Sean Penn che prende male la mira (...) con particolari gore alla Mel Gibson e vetrine ben allestite di cadaveri con mosche. Il peccato mortale è che lascia indifferenti, annoiati. La sua Africa (130 inesorabili minuti), sdolcinata, patinata, sentimentalmente molesta, parte da una forza del destino. La love story tra i due eroici dottori (...) fanno parte di un relax che ha intossicato Sean Penn e un'opera indipendente accusata di oscenità civile, dove meglio di tutti è Charlize Theron che si comporta come in commedia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 giugno 2017)

"Caso esemplare, questa sesta regia di Sean Penn, di importanti intenzioni naufragate in un esito gonfio di enfasi.(...) In primo piano il film colloca l'intervento delle missioni sanitarie e delle organizzazioni umanitarie, rispettivamente personificate dai medici Javier Bardem e Charlize Theron. Amore folgorante, tra loro, vissuto nel fuoco del vivere pericolosamente. (...) Bellissimi, affascinanti anche in condizioni disperate. Ma sembrano due invasati troppo presi dalla missione di salvare il mondo per saper vivere una vita propria." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 29 giugno 2017)

"Alla sua quinta regia, Sean Penn firma la sua pellicola più pretenziosa e narcisista (...). Forse memore della sua esperienza sul set di Malick, Penn fa grande uso di poeticisti commenti fuori campo, frammenta tempo e immagini evocando vaghi disagi esistenziali e si conferma regista di mano. Ma 'Il tuo ultimo sguardo' resta un film decisamente sbagliato." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 29 giugno 2017)

"(...) un mélo che proprio per carenza di misura e stile traduce in patinata piattezza la romanzata rievocazione della guerra civile in Liberia. Bardem travestito da Gino Strada fa il chirurgo umanitario e Theron la direttrice di una Ong: tra una carneficina e l'altra insceneranno un connubio amoroso terzomondistico-chic non a caso accolto da un oceano di «buuu» a Cannes." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 giugno 2017)

"(...) 'II tuo ultimo sguardo' (...) (ci) fissa sulla retina la labilità ideologica del terzomondismo hollywoodiano. E, più in generale, dell'impegno umanitario delle star, americane e non: encomiabile l'azione di Penn ad Haiti e altrove, ma il suo contraltare cinematografico non ne è minimamente all'altezza. (...) C'è da dire, lo script di Dignam non aiuta, mettendo in bocca agli innamorati battute da ringalluzzire il Bagaglino e rivalutare Harmony (...). E però il vulnus senza rimedio è un altro: può uno umanitariamente se non umanisticamente avvertito come Penn legare a doppio filo i risibili patemi d'animo di Miguel e Wren e la guerra intestina, una delle tante, che lacera e divelle l'Africa? Come si può giustificare tanta insensibilità, tanta gratuità? Bella domanda, cui il film cerca inopinatamente di sottrarsi rincarando la dose cruenta del conflitto: sventramenti, esecuzioni di bambini, cumuli di cadaveri pieni di mosche e intestini impiegati a mo' di recinzione. Sarà il titolo, sarà soprattutto quel che vediamo, ma torna in mente 'Medusa'." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 giugno 2017)

"'Il tuo ultimo sguardo' è un festival di orrori africani, di cuori strappati, arti mutilati, mosche che incombono sui cadaverini dei bambini soldato. L'intento è forse quello di suscitare strazio nel pubblico occidentale, il risultato è il sensazionalismo. (...) Disonesto nei risultati, Penn si conferma inadeguato anche come facitore di grossi spettacoli hollywoodiani. La 'struggente' (secondo i comunicati stampa) storia d'amore fra Charlize e Javier (un Bardem insolitamente simpatico) non strugge, non convince." (Giorgio Carbone, 'Libero', 29 giugno 2017)

"Anche al cinema esistono le malattie infettive d'autore: il fellinismo, la sindrome di Allen, il morettismo, il morbo di von Trier. La malickite (da Terrene Malick) è un virus del fuori campo monologante su tappeto minimalista di violoncelli: la voce del protagonista interroga tutti, se stesso, la storia, i personaggi, le formiche e i sassi (dall'uso all'abuso c'è cascato anche il portatore sano). Al sesto film da regista Sean Penn ha beccato una malickite acuta diluita in battute, musica e pensieri dei suoi eroi, medici umanitari modello Emergency in Libia (...)." ('Nazione-Carlino-Giorno', 29 giugno 2017)

"Penn alla regia dimostra di non aver mai «in mano» il film, deragliando nella spettacolarizzazione della violenza, contrapposta a una poco appassionante storia d'amore. Con dialoghi talmente pomposi e fuori contesto che neanche il Terrence Malick più annoiato avrebbe saputo partorire." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 6 luglio 2017)
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