Il sogno di Francesco

L'ami - François d'Assise et ses frères

ITALIA, FRANCIA, BELGIO - 2016
Assisi, 1209. Francesco ha appena subito il rifiuto da parte di Innocenzo III di approvare la prima versione della Regola, che metterebbe i fratelli al riparo dalle minacce che gravano su di essi. Intorno a lui, tra i compagni della prima ora, l'amico fraterno Elia da Cortona guida il difficile dialogo tra la confraternita e il Papato: per ottenere il riconoscimento dell'Ordine, Elia cerca di convincere Francesco della necessità di abbandonare l'intransigenza dimostrata finora, accettando di redigere una nuova Regola. Ma che cosa resterebbe del sogno di Francesco? La loro amicizia riuscirà a resistere al confronto tra gli ideali e i compromessi necessari?

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI HAUT ET COURT DISTRIBUTION, IN ASSOCIAZIONE CON CREDITO VALTELLINESE, MERCURE INTERNATIONAL, CINE +, FRANCE TÉLÉVISIONS, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE; CON IL SOSTEGNO DEL TAX SHELTER DEL GOVERNO FEDERALE BELGA, CASA KAFKA PICTURES, FONDATION GAN POUR LE CINÉMA, RÉGION RHÔNES-ALPES E RÉGION LANGUEDEOC-ROUSSILLON-MIDI-PYRÉNÉES, CENTRE NATIONAL DE LA CINÉMATOGRAPHIE, IL DÉPARTEMENT DE L'AUDE, LA PROCIREP, SOFICINEMA 11 DEVELOPPEMENT, CICLIC-RÉGION CENTRE-VAL DE LOIRE, RÉGION LIMOUSIN, REGIONE UMBRIA, PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"(...) nuova incursione del cinema nelle vicende del Poverello d'Assisi, questa volta scritta e diretta da due registi francesi, Renaud Fély e Arnaud Louvet, che hanno voluto 'essere con lui' nella più spoglia delle autenticità possibili, con un minimo di mediazione artistica, prendendo assai più a modello la lezione didascalica di Roberto Rossellini, piuttosto che le interpretazioni tormentate e radicali di Liliana Cavani o l'elegante spettacolarità di Franco Zeffirelli. Non hanno, per questo, voluto seguire alcuna biografia e nemmeno legarsi ai testi ufficiali del francescanesimo - dunque rischiando qualche lieve inesattezza storica - ma avvicinarsi il più possibile alla figura umana di Francesco, sempre attuale (...). Sogno e realtà, utopia e storia: dal 1209 agli ultimi giorni terreni del santo, il film approccia con un rigore 'francescano' la dialettica tra la visione del fondatore e la necessità di incarnarla in una Regola - il cui cammino fu realmente tribolato - approvata dalla Chiesa, per mantenere una purezza teologica e assicurare una correttezza dottrinale, quando in quell'epoca il pauperismo assumeva anche derive ereticali. II Francesco di Elio Germano è molto umano (...). Quando attraversa un campo o s'avvicina al popolo che ammirato lo ascolta, è un personaggio entusiasta, deciso sempre ad anteporre il Vangelo alla storia, appunto. Mentre Elia - che questa storia rivelerà personaggio complesso, nel film benissimo interpretato da Jérémie Renier - diventa il complementare punto di mediazione. Suddiviso in capitoli raccordati dalla voce fuori campo di Elia indirizzata a un novizio, il film ricusa gli episodi noti della vulgata francescana e si sofferma su quelli più politici degli ultimi anni e sentimentali - l'approccio con santa Chiara, ruolo affidato a Alba Rohrwacher -, facendo anche della povertà dell'immagine un requisito di riconoscimento e di stile." (Luca Pellegrini, 'Avvenire', 7 ottobre 2016)

"Le attenzioni del cinema per il Poverello di Assisi sono state tante: da Rossellini a Zeffirelli alle tre rivisitazioni compiute da Liliana Cavani. Questo nuovo film francese, recitato in francese anche dagli italiani del cast a partire da Elio Germano, concentra il suo misuratissimo svolgimento su un dilemma di natura politica. (...) La riscrittura della Regola, dice il film, condusse sì al riconoscimento pieno ma a prezzo di rinunce: soprattutto al principio che ci si debba ribellare alla gerarchia se lo si ritiene giusto." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 6 ottobre 2016)

"San Paolo è la Dottrina, Sant'Agostino il Pensiero, ma San Francesco è qualcosa di più: un'Utopia incarnata la cui forza ha attraversato i secoli concretizzandosi ora nel mandato di Papa Bergoglio, che simbolicamente ne ha assunto il nome. Parte da quest'assunto il film dei francesi Renaud Fély e Arnaud Louvet (...). Bressoniana, e quindi « francescana» nello stile, la pellicola è divisa in capitoletti di esile ordito e tuttavia, anche grazie agli interpreti, le figure dei due protagonisti emergono vivide e convincenti: Elio Germano è un Francesco poetico e sognatore, Jérémie Renier conferisce a Elia una qualità molto umana di dubbio e crisi di coscienza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 ottobre 2016)

"Il ritmo del film soggiace alla pretensione e la connessa solennità finisce con lo scivolare in una serie di stereotipi artificiosi e respingenti. Purtroppo anche il protagonismo di Germano immette un'ulteriore nota incongrua nella piattezza didascalica del contesto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 ottobre 2016)

"Non è un biopic su San Francesco l'esordio in regia del duo francese Fély-Louvet, bensì una riflessione profonda sul peso di un'utopia rivoluzionaria di fronte alla mediocrità e all'ipocrisia del Potere. La figura e le gesta sempre attuali di Francesco si prestano alla perfezione, per credenti e non, all'obiettivo così come l'obiettivo dei registi è solido dentro a un'arte povera e 'naturale'. Germano e Renier incantano." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 ottobre 2016)

"Spiacerà a chi magari si aspettava una versione più intrigante della vita del Santo (lontana dalle interpretazioni togate e da quella oleografica di Zeffìrelli). Ma i due registi francesi sembrano partiti dalle peggiori intenzioni: omaggiare l'attuale pontefice e la memoria di Roberto Rossellini (che sul personaggio fece uno dei suoi film più narrativamente faticosi)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 ottobre 2016)

"Un film piatto, che più piatto non si può. (...) I due registi (quattro mani e neanche mezza idea) puntano anche sull'insolito ritratto di un Francesco incapace di accettare una opinione differente dalla propria. Il tutto, però, risulta troppo rigido, schematico, senza empatia. II povero Germano fa miracoli per sopravvivere a questo fragile script." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 6 ottobre 2016)

"Il messaggio di San Francesco, e la lunga battaglia grazie a cui vinse le resistenze della Chiesa, in un film che fa piazza pulita di secoli di agiografia per tornare all'essenziale ovvero a ciò che può davvero parlarci, oggi. Immagini scabre, essenziali, concepite con sobrietà davvero francescana (come nell'insuperato 'Francesco giullare di Dio' di Rossellini, a tutt'oggi il più grande film sul santo mai realizzato, o nel primo 'Francesco' della Cavani, quello con Lou Castel). Costumi e interni poveri, come esige l'epoca, con chiari ma non insistiti riferimenti pittorici. Storia frammentata in blocchi, per cui lo spettatore è costretto a interrogarsi sui nessi fra i personaggi e i diversi periodi messi in scena. Infine, sguardo collettivo - e per certi versi collettivista, come si sarebbe detto molti secoli dopo - che concentra l'attenzione non sul solo Francesco (un ispiratissimo Elio Germano) ma sul gruppo dei suoi confratelli. Tirando fuori dall'ombra la figura mal nota di Elia da Cortona (il tormentato Jérém ie Renier, uno dei volti cari ai fratelli Dardenne), colui che riscrisse la Regola spingendo finalmente il papato a riconoscere l'ordine francescano. Anche se questo, almeno secondo il film di Louvet e Fély, che hanno liberamente romanzato i pochi dati certi, significò in parte tradire la purezza originaria, sacrificando l'utopia francescana sull'altare della "politica". Consentendo al tempo stesso al suo ordine di imporsi e arrivare fino ad oggi. Bella sorpresa 'II sogno di Francesco', un film che gli stessi registi confessano di aver 'trovato' solo facendolo, tagliando e comprimendo tutto il superfluo per concentrarsi sulle parti decisive. (...) il film, prima di concentrarsi sul 'duello' tra Francesco e Elia (ovvero sull'amore fraterno e straziante che li lega malgrado tutto), riesce a trasmettere con grande semplicità e commozione il messaggio francescano. (...) un film che assimila la lezione di Bresson, Rivette o Pialat senza averne l'incandescenza stilistica. Ma senza nemmeno cercarla, forse, come se anche la regia preferisse il realismo di Elia all'utopismo di Francesco. Fino a mettere a punto un'estetica lontana dall'esperanto dominante, ma senza calcare (nostalgicamente) la mano, per non perdere il contatto con gli spettatori. A qualcuno sembrerà una resa. Per noi è una vittoria." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 ottobre 2016)
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