Gebo e l'ombra

O Gebo e a Sombra

PORTOGALLO, FRANCIA - 2012
3/5
Gebo e l'ombra
Gebo, un anziano ragioniere, vive con la moglie Doroteia e la nuora Sofia, entrambe preoccupate per la scomparsa di João, rispettivamente figlio e marito. Sembra che Gebo stia nascondendo qualcosa ma poi, all'improvviso, João arriva...
  • Altri titoli:
    Gebo et l'ombre
    Gebo and the Shadow
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, DCP (1:1.85)
  • Tratto da: pièce teatrale "O Gebo e a Sombra" di Raul Brandão
  • Produzione: O SOM E A FÚRIA, MACT PRODUCTIONS, ICA, CNC, CANAL+, CINÉ+, RTP
  • Distribuzione: MEDIAPLEX (2014)
  • Data uscita 19 Giugno 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Elisa Bartalini
Il vecchio contabile Gebo (Michael Lonsdale) è inghiottito da un'ombra: quella del mistero di cui è avvolta la scomparsa del figlio João (Ricardo Trêpa) - è un ladro? vive di espedienti?-, quella della menzogna, condivisa con la nuora Sophie (Leonor Silveira), spesa per proteggere dal dolore Doroteia (Claudia Cardinale), moglie-madre che piange un'assenza lunga anni. E l'ombra sfuma lungo le quattro mura della stanza, unico spazio diegetico - ad eccezione di una strada antistante - in cui si consuma la comédie humaine di De Oliveira. L'ombra è un crepuscolo, che avvolge tutti gli astanti intorno al tavolo - la vicina di casa Candidinha (Jeanne Moreau) e il regista teatrale Chamiço (Luìs Miguel Cintra) -, e tutti insieme, ultimi sopravvissuti di un passato antidiluviano, diventano spettatori di ciò che sta fuori, nel mondo. Mentre lì dentro, in un'atmosfera da Kammerspiel, il tempo è sospeso nel susseguirsi dei long takes, in attesa che qualcosa accada, che il figlio torni, che la verità prenda luce (caravaggesca, quella della lampada sul tavolo). Ma in realtà tutto è fermo, l'attesa è scandita dal conteggio del denaro da parte del vecchio patriarca: un conto alla rovescia che riempie di pruriginosa inquietudine il vuoto lasciato dal figlio, presenza indiretta, tramite l'insistenza degli sguardi verso il fuori campo attivo. E così nulla accade se non il dispiegarsi della vita, in un mondo dominato dalle folli leggi del mercato, in cui l'uomo è sottomesso al denaro ("non ci sono soldi", dice sempre Candidinha, mentre osserva la cassetta piena di monete davanti a lei) e la povertà diventa una fatalità da cui è difficile difendersi. Ma all'improvviso João riappare, un'epifania fugace, giusto il tempo di scuotere gli animi, di contrapporre la potenza rivoluzionaria dell'Azione (lui, che guardava impavido l'orizzonte nell'inquadratura iniziale del film) alla Rassegnazione contagiosa del padre, che accusa di lasciare declinare la famiglia nella povertà, nonostante abbia vicino a sé tutto quel denaro. Perché anche qui, come in O Estranho Caso de Angélica (2010), “l'uomo è le sue circostanze” e il furto o un gesto inconsulto trovano giustificazione. In questo apologo moderno - attualissima rilettura della pièce di Raul Brãndao - dove tutto si ribalta, si relativizza. Dove verità e menzogna diventano due facce della stessa medaglia (per Gebo la verità è un dovere morale, ma la sua fede nell'onore lo costringe a mentire, fino alla fine) e l'enigma, il mistero su cui si regge l'intreccio, è una sorta di lungo “mac guffin”, che fa scivolare lo spettatore in un vortice di quesiti sulla natura umana e sulla società, con la levità e la sottile ironia che contraddistingue il maestro: anche la religione è un'illusione? Sembra alludere la scena in cui Sophie si scontra con un ubriaco, dopo aver guardato supplichevole l'immagine della Madonna. Non un esempio di “teatro filmato”, ma una regia in pieno stile De Oliveira, che riflette sul dispositivo tramite emblemi della visione ed effetti di surcadrage, ma ridotta ai minimi termini, disadorna, minimale. Un lavoro di sottrazione (prevalenza della camera fissa) che libera la parola dell'attore (un cast fenomenale) e riconduce il cinema alla sua purezza primigenia. Ombra e luce esso stesso, arte dell'illusione e specchio della vita insieme.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"Girato a 104 anni - oggi ne ha 106 - dall'infrangibile maestro portoghese Manoel de Oliveira, 'Gebo e l'ombra', tratto da una pièce di Raul Brandão del 1923, è uno dei pochi regali di questa estate cinematografica che sembra peggio di sempre. Il film da camera del grande regista, tutto in una sera e in una notte, mostra l'essere o non essere di una famiglia in attesa. (...) da un lato la conservazione, dall'altro il movimento, la rottura, anche illegale, perfino il crimine per infrangere l'immobilità di chi accetta anche di mentire pur di mantenere ordine e silenzio. Tutto ciò, come sempre, non è virgolettato dal regista, capace di orchestrare 91 minuti di dialogo misto e vivace, dove anche le parole sono illuminate dalla fotografia di Renato Berta, un interno alla Vermeer, più umile, in cui sono plasticamente messi in rilievo vizi e virtù, con una porta che divide da un mondo freddo, bagnato e invisibile. Il regista festeggia il suo talento con una grande compagnia di attori: Michel Lonsdale è di una palpabile, infinita tristezza con cui rappresenta il sesto stato dei poveri, dei deboli rassegnati. Intorno a lui girano tre donne variamente illuse: la moglie Claudia Cardinale che vuole ignorare la verità sul figlio fuggito, la nuora Leonor Silveira che ha un sesto senso che la aiuta a capire la verità, la vicina Jeanne Moreau in visita ottocentesca. Gruppo di famiglia di terza età (meno Ricardo Trepa, il fuggiasco) cui l'autore affida un messaggio di poca speranza nella bottiglia." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 3 luglio 2014)

"Il film più recente di Manoel de Oliveira, patriarca del cinema con i suoi splendidi 105 anni, è tratto da una pièce di Raoul Brandão e rispetta rigorosamente l'unità di luogo. Come molte altre opere del portoghese, si articola per lunghe inquadrature fisse, senza primi piani né varianti stilistiche onde non distrarre lo spettatore dalle parole. La recitazione del grande cast di veterani (...), completato dal giovane nipote, è volutamente teatrale. Con ironia - in fondo ammirativa - il giornale 'Libération' ha definito il film 'un racconto Disney per novantenni'. Però ci puoi trovare Cechov, Pirandello e altri classici di amara saggezza." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 26 giugno 2014)

"(...) è l'ultimo film del maestro Manoel de Oliveira, 106 anni a dicembre (e sta girando anche il corto 'O Vehlo do Restelo'). Qui siamo nel dramma da camera, con piani sequenza e camera fissa a scandire il tempo del ritorno del figliol prodigo (?): de Oliveira inquadra il crepuscolo degli uomini, dove verità e menzogna si contagiano nell'ombra, avidità e povertà lottano invano. Tratto dalla pièce di Raul Brandão, costruito nella pulizia formale di una regia senza fronzoli, non è mero teatro filmato, ma commedia umana che restituisce al cinema la sua essenza, la sua forza d'indagine: l'ombra è la vita stessa, per accendere la luce serve un ultra-centenario di talento." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 giugno 2014)

"Messa in scena del dramma morale (1923) dello scrittore modernista Raul Brandão (...), 'Gebo e l'ombra' è l'ennesima conferma del rigore poetico dell'ultracentenario Manoel De Oliveira. Si sa che il maestro lusitano reputa il teatro «un presente» di cui il fantasmatico cinema può catturare l'effimera realtà; e che per lui le parole possiedono suggestione pari a quella delle immagini. Soprattutto se affidate a ottimi interpreti quali Michael Lonsdale nel ruolo del titolo, la Cardinale, la Moreau e i portoghesi Silveira e Cintra. (...) Nella fotografia a lume di candela di Renato Berta, i personaggi dialogano di vita e morte, arte e denaro in una recitazione che, nel suo sottile straniamento, conferisce al dramma spessore simbolico eppur palpita di umanità." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 26 giugno 2014)

"De Oliveira è sempre de Oliveira. Il Gran Vegliardo portoghese (105anni!) a una straordinaria eleganza figurativa unisce una stupefacente capacità di annoiare. Con la critica colta che va in estasi da mezzo secolo. (...) Un'ora e mezzo di chiacchiere, che non passa mai. Su, esodate il Maestro!" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 26 giugno 2014)

"Come se fosse immediatamente in contatto con l'origine smarrita, tratto dall'omonima opera di Raul Brandäo del 1923 (secondo de Oliveira una sorta di anticipazione del Beckett di 'Aspettando Godot', dunque perfetta per «fare un film sui poveri») 'Gebo e l'ombra' si rivolge fin dall'inizio ai fratelli Lumière. Movimenti notturni, nebbiosi, inavvertiti, una donna che guarda fuori dalla finestra, poi esce in strada e, dopo pochi passi, fa per rientrare, stavolta fissando lo sguardo verso l'interno della casa, mentre sul vetro e in lontananza, insieme a lei che si avvicina, si affollano i riflessi di una candela che fiocamente illumina l'interno e la silhouette di un'altra donna che è invece rimasta dentro: non importa dove sia la macchina da presa, essa è tutti questi sguardi e tutti questi lumi e contemporaneamente guarda altrove (ecco perché vederla d'improvviso è così stupefacente e spaventoso, come un treno che entra in stazione). De Oliveira, facendo del mondo un vortice ininterrotto di sguardi tanto arrembanti quanto impersonali, lavora in profondità sull'incommensurabilità del punto di vista. E poiché questa abissalità è data da gesti semplici e diretti, per prima cosa rimette in gioco le sue stesse origini di cineasta. (...) In questa famiglia di ombre in attesa (non solo la famiglia, ma anche il circolo dei vicini, composto da due magnifici e straordinari Luís Miguel Cintra e Jeanne Moreau, partecipa a questa danza di fiammelle genialmente fotografata da Renato Berta), ciò che davvero si materializza è uno spettro in più, malgrado poi sia un ladro (...) costringendo il padre ad assumersi la colpa prolungando l'eterno doppio stato della povertà fatto di scelte morali e di sconfitte fatali. Mentre, per quanto riguarda lo stato dell'immagine (...) in 'Gebo e l'ombra' non c'è nulla di teatrale. De Oliveira conosce benissimo il teatro e lo usa come caso particolare dell'immagine ('mon cas'), come scena che si apre su un doppio fondo dal quale emerge il fantasma stesso dell'immagine. (...) forse uno dei più grandi e lucidi film mai fatti sulla fisica della proiezione. Sull'intuizione che le linee invisibili che uniscono e dividono i corpi e la Storia, altro non sono che il combustibile di un'intelaiatura forse indicibile, dove lo spazio stesso divampa e sparisce in un sol colpo, e l'anima letteralmente si immagina, come spesso accade con quella cosa che ancora chiamiamo cinema." (Lorenzo Esposito, 'Il Manifesto', 19 giugno 2014)

"Spiacerà a chi come noi ammira da sempre de Oliveira, ma non incondizionatamente. D'accordo, è ammirevole perché a 106 anni (sic) continua a sfornare film. Ma sono ammirevoli i suoi film? Abbiamo provato a guardare 'Gebo' come l'opera di un 50-60enne. È verboso, strascicato e spara cose ovvie come fossero verità rivelate." (Giorgio Carbone, 'Libero', 19 giugno 2014)
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