Cogan - Killing Them Softly

Killing Them Softly

USA - 2012
2/5
Cogan - Killing Them Softly
Jackie Cogan, un sicario professionista, viene ingaggiato per rintracciare tre ragazzi sbandati che hanno messo a segno una rapina durante una partita di poker organizzata dalla mafia, che ha provocato il collasso dell'economia criminale locale.
  • Altri titoli:
    Cogan's Trade
    Cogan - La mort en douce
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "Cogan" di George V. Higgins (ed. Einaudi Stile Libero)
  • Produzione: DEDE GARDNER, BRAD PITT, PAULA MAE SCHWARTZ, STEVE SCHWARTZ PER CHOCKSTONE PICTURES, INFERNO DISTRIBUTION, PLAN B ENTERTAINMENT, ANNAPURNA PICTURES
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 18 Ottobre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
"America is not a country. America is business. And now 'u pay to me". Uguaglianza, libertà, nuove possibilità per tutti: durante la campagna presidenziale del 2008 Barack Obama illustrava le coordinate per il cambiamento. Il collasso dei mercati, la crisi finanziaria, riecheggiano attraverso le tv e il mondo, dall'alto, promette ipotetici rimedi. Nei bassifondi, invece, la storia è sempre la stessa: due eroinomani spiantati (Scoot McNairy e Ben Mendelsohn) vengono ingaggiati per compiere una rapina durante una partita di poker organizzata dalla mafia. Il "gestore" della bisca (Ray Liotta), che anni prima aveva organizzato dall'interno un'analoga messinscena, questa volta non viene risparmiato seppur innocente. Per mettere a posto le cose arriverà Jackie Cogan (Brad Pitt).
Cinque anni dopo il suggestivo The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, l'australiano Andrew Dominik abbandona il western per il noir suburbano. Il talento del regista non ne risente: dal calore delle luci del film precedente al plumbeo, metallico e notturno Killing Them Softly resta riconoscibile il gusto per la costruzione delle immagini e l'innegabile bravura nel lavoro con gli attori. Il cast è funzionale, ai già citati si aggiungano Richard Jenkins (il tramite con Cogan) e James Gandolfini (partner di Cogan ormai sul viale del tramonto), la sceneggiatura (ancora una volta tratta da un romanzo, stavolta di George V. Higgins) regala di tanto in tanto indovinate soluzioni.
Humour nero e violenza, sangue e verbosità: non manca davvero nulla al lavoro di Dominik, che tenta in continuazione di ricordarci - come detto, attraverso la voce over e/o fuoricampo del futuro presidente Obama - quanto il suo noir sia prima di tutto uno sguardo "nel" basso durante gli anni della crisi e della sperata rinascita. Talmente "pieno", soprattutto di se stesso, che finisce per soffocarsi di autocompiacimento: il pestaggio infinito che subisce Liotta, le pallottole al ralenty che fracassano prima il finestrino dell'auto poi la sua testa, il conseguente doppio tamponamento... Tutto molto bello, al limite dell'indigestione. La stessa sensazione che si prova al cospetto di qualcuno che ha esagerato con il profumo. "America is not a country. America is business. And now 'u pay to me".

NOTE

- IN CONCORSO AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

CRITICA

"Già cult il finale di Brad Pitt: L'America non è un paese, è business, altro che parafrasare Jefferson. Elogio della solitudine, dell'amoralità cosmica, teso noir psicologico, scritto e diretto all'europea, nel buio morale e materiale, da Andrew Dominik, ispirato dall'ottimo romanzo Einaudi di George V. Higgins. Cast con eccellenze: Jenkins, Gandolfini." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 18 ottobre 2012)

"La crisi economica vista dai bassifondi di Boston. Dove tutto funziona come a Wall Street, solo in modo, come dire, più esplicito. (...) Molto stylish, molto pulp, troppo ideologico per convincere. Ma il trio Pitt-Jenkins-Gandolfini vale da solo la visita. In originale, s'intende." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 ottobre 2012)

"Andrew Dominik continua a offrire a Brad Pitt parti di fascinoso fuorilegge: dopo esser stato title-role nell''Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford', l'attore è la star di un film di crimine nerissimo, intelligente e sconsolato come il personaggio che vi interpreta. Per quanto magistrali, i suoi duetti con James Gandolfini (il Tony Soprano dell'omonima serie) prendono troppo spazio rispetto al totale. Però la contrapposizione, che traversa tutto il film, tra le parole di Barak Obama - diffuse dai media - sull'unità della nazione americana e la realtà di solitudine, avidità e violenza che è la 'filosofia' di Cogan, quella lascia davvero il segno." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 18 ottobre 2012)

"In tempo di crisi un buon gangster-movie è quello che ci vuole per restituire all'atto d'entrare in una sala motivazioni più forti, dirette ed ecumeniche. 'Cogan' ('Killing Them Softly') può vantare, per di più, tre bonus non indifferenti: è stato presentato - caso raro per il genere - in concorso all'ultimo festival di Cannes; è diretto dal neozelandese Andrew Dominik, ammesso nel pantheon critico-cinefilo grazie al sofisticato 'L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford'; è interpretato dal divo Brad Pitt (...) supportato da un cast di colleghi attori noti, collaudati ed efficienti. L'adattamento del romanzo dell'ex procuratore aggiunto di Boston George V. Higgins (in Italia edito da Einaudi) non riesce, però, a tenere dietro a tali credenziali e si esaurisce in un pretenzioso saggio di bravura, dove i colpi di stile e i momenti mozzafiato sono alla fine soverchiati dalla farraginosa, monotona e scontata ingabbiatura metaforica. Grazie a uno spostamento d'epoca dai Settanta originari ci ritroviamo, infatti, nella New Orleans di quattro anni orsono, quando infuria la lotta per la successione al presidente Bush e gli avversari McCain e Obama si accaparrano l'attenzione spasmodica dei media. Inquadrato con piglio estetizzante un ambiente degradato e disperato, la macchina da presa s'incolla ai due miserabili malavitosi che tentano di ribaltare un destino già segnato rapinando proprio la bisca clandestina i cui proventi finiscono nelle tasche dei padrini della mafia. Inevitabile il precipitare delle conseguenze, prima ai danni del malcapitato gestore e poi a quelli dei colpevoli, in una sorta di partita a scacchi a poteri occulti. (...) Il guaio è che l'equazione (anti)americana capitalismo e individualismo uguale gangsterismo non è stata proposta e trasfigurata per via artistica dagli odierni giovanotti di Occupy Wall Street, bensì da veterani guastatori hollywoodiani che rispondono al nome di Coppola, Scorsese, De Palma, Coen o Friedkin." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 ottobre 2012)

"Ci sono film che fanno arrabbiare. La rabbia non è un criterio di giudizio, bensì un'emozione puramente soggettiva. Non di meno, se analizzata a freddo, può far capire certe cose - di se stessi, e dell'oggetto che la provoca. 'Killing Them Softly', visto in concorso a Cannes, è un film dal quale siamo usciti arrabbiati. Proviamo a spiegare perché. La trama è roba già vista mille volte, ma non è un problema: diceva già Howard Hawks (uno dei maestri della Hollywood classica) che le trame sono sempre le stesse, non più di cinque o sei, e ciò che conta è il modo di raccontarle. (...) Ma la vera colpa di Andrew Dominik è indugiare sulla «dolcezza» che Cogan usa per uccidere. Direte: siamo alle solite, già ai tempi di Peckinpah si discuteva sulla violenza spiattellata sullo schermo. Ma il vecchio Sam faceva esattamente l'opposto: schizzando sangue dappertutto, voleva farci vedere quanto è orribile un corpo umano sforacchiato dai proiettili. Dominik arriva, 30-40 anni dopo, a rendere tutto infiocchettato. Il suo uso del ralenti sfiora la pornografia. I suoi dialoghi demenziali fanno il verso a Tarantino, ma anche qui con una differenza sostanziale: Quentin usa l'ironia, Andrew Dominik non sa nemmeno dove stia di casa. Del resto, come fidarsi di un regista che è riuscito, con 'L'assassinio di Jesse James', a girare un western noioso? Dominik vuole «decodificare» i generi come ha fatto Altman negli anni '70, e lo fa male, per di più in ritardo di 40 anni. Si crede un autore, ed è bene che qualcuno lo avvisi che gli «autori» sono passati di moda. Anche se dovesse arrabbiarsi." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 18 ottobre 2012)

"Ispirato a 'Cogan's Trade' del '73 di Higgins, 'Cogan - Killing Them Softly' imbocca altisonante il sentiero del nuovo crime/action a sfondo comedy riducendolo dopo una manciata di scene ad una giravolta a vuoto, che rincorre fitti dialoghi tra il comico e lo spietato senza costruire un progetto narrativo accattivante. Di unico interesse è la metafora - più volte esplicitata nel film - che in tempi di crisi nessuno si salva, e anche la criminalità organizzata va suo malgrado 'a risparmio' ottimizzando il mercato degli ingaggi verso un destino d'infernale omologazione. Ma Brad Pitt non basta a ridarci Al Capone. E il concorso di Cannes 2012 poteva opporsi a un titolo di sì indubbia mediocrità." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 ottobre 2012)

"Delude (...) 'Cogan - Killing Them Softly' di Andrew Dominik (...). L'idea è mostrare come anche il sistema criminale soffra la crisi, ma il film gira a vuoto su se stesso." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 18 ottobre 2012)

"(...) tanto per cambiare, si viaggia nel turpiloquio (i rapporti con le donne descritti da uno dei banditelli sono ignobili) e nelle scene crude (il pestaggio di Ray Liotta è a dir poco stomachevole). Con l'ingresso in campo del killer Brad Pitt, la pretenziosa trama s'impantana nei filosofeggiamenti invece di tirar dritto." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 18 ottobre 2012)
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