Cloud Atlas - Tutto è connesso

Cloud Atlas

USA - 2011
Nel corso di cinquecento anni, le esistenze di sei personaggi si troveranno legate tra loro. Le conseguenze delle loro azioni e delle loro scelte si ripercuoteranno, infatti, le une sulle altre attraverso passato, presente e futuro: Mr. Ewing, un giovane avvocato idealista di San Francisco, durante un fatale viaggio di ritorno dalle isole del Pacifico nella metà dell'800, offre rifugio nella sua cabina allo schiavo in fuga Autua; Robert Frobisher, un giovane compositore affascinante ma spiantato, nella Scozia degli anni Trenta diventa l'assistente di Vyvyan Ayrs - un compositore rinomato che ha ormai perso la sua vena creativa - e prima di pagare il conto di un atto sconsiderato compone la sua opera suprema, "The Cloud Atlas Sextet"; Luisa Rey un'intrepida giornalista che vive nella California degli anni Settanta, decide di scoprire cosa si cela dietro alla scottante denuncia di Rufus Sixsmith, uno scienziato ucciso perché contrario a un catastrofico progetto nucleare; nell'Inghilterra del 2012, l'editore Thimoty Cavendish, per sfuggire ai suoi creditori, chiede aiuto a suo fratello Denholme e si ritrova invece prigioniero in una casa di riposo; Sonmi-451, una clone operaia programmata per servire ai tavoli di un bar, avverte il proibito risveglio di una coscienza umana e si ribella al ruolo impostole dalla società nell'anno 2144; Zachry, un pastore di capre devoto della dea Sonmi, è il testimone della scomparsa della scienza e della civiltà dell'uomo nel futuro remoto e devastato del secolo 2300.

CAST

CRITICA

"Andando oltre i noti sei gradi di separazione, abbattendo i confini di spazio, logica e tempo come nelle sette commedie di Spregelburd che Ronconi sta magistralmente esplorando e glorificando un montaggio analogico totale, i fratelli Andy e Lana (ex Larry) Wachowski, con Tom Tykwer ('Lola corre') terzo complice, ricordano che nella storia del mondo siamo tutti connessi secondo un principio di armonia che non ci salva da ingiustizie, intolleranze, violenze, morte nucleare. (...) Film da 100 milioni di dollari, con due troupe, tratto dal romanzo di David Mitchell, edito da Frassinelli, 'Cloud Atlas' è un ambiziosissimo manifesto filosofico che si rifà a Griffith ('Intolerance'), Kubrick ('2001'), Wong Kar-wai ('2046'), approfondendo i dubbi sul Tempo nascosti nel bullet time di 'Matrix'. Spiazzando il comune senso del pudore logico tra problemi di razzismo e sesso (l'amore gay il più tragicamente appassionato), concedendo priorità all'espressione artistica (diari, musica, giornalismo), il kolossal troppo virtuosistico ha momenti di felicità espressiva anche se rischia di farci rimanere con la voglia in alcune storie (il musicista e il suo pupillo, l'editore segregato) e invece sazi di altre, soprattutto quando gli autori scelgono la linea fantasy e crudele, visionaria. Generoso e coraggioso nei suoi 172', immolato ai piedi del cinema medio banale, da salvare nella sua unicità contro i comandamenti dei blockbuster, il film dei fratelli non possiede purtroppo il tessuto connettivo poetico per reggere l'esperimento, l'incantevole vento della Storia che passa nelle immagini di Kubrick e dovrebbe qui legarci in un unico destino insensato dove l'eternità è un giorno, per dirla con Angelopoulos. Offerta eccessiva di tempi e misure, ma anche l'idea di un cinema pensato in grande, col permesso di affidargli ancora oggi, in epoca di cartoni, il peso morale di un ragionamento che si nasconde in fondo alla famosa caverna dove le immagini si riflettono giungendo a destinazione e rischiando qualche commozione." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 10 gennaio 2013)

"Tre registi per sei epoche e altrettante locations. Una dozzina di attori, spesso vere star, impegnati ognuno in una mezza dozzina di ruoli. Un frullato di generi, specie di quelli d'azione, che riesce a non sorprendere quasi mai a forza di usare le inquadrature più prevedibili, le situazioni più collaudate, gli effetti più pavloviani. E' un «messaggio» che invece di prendere ampiezza, rimbalzando nello spazio e nel tempo, diventa monotono e ripetitivo come un messale New Age. (...) Per molti sarà un manifesto della nuova sensibilità, un inno (ovviamente) pacifista all'estetica transgender. A noi pare che i registi predichino contro tutte le differenze ma non creino nulla di davvero originale, tuffandosi in uno sterminato repertorio di personaggi, idee, storie, immagini preesistenti, di cui questa pagina non basterebbe a contenere l'elenco. Un «mash up» formato kolossal insomma. Che finge di esaltare la fantasia e intanto azzera, pericolosamente, ogni memoria storica." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 gennaio 2013)

"Se lo spettatore decide che non è necessario districare il casino epocale che sta arruffandosi sullo schermo, e per di più per tre ore; se non gli si rizzano i capelli in testa quando in un negozio di porcellane un giovane scozzese degli anni 30 dice «capisco che rumore e suono sono convenzionali», o una fanciulla nella Seul del 2144 sussurra «non importa se nasciamo in un tubo o in un utero»; se non si scoppia a piangere quando appare un orribile cannibale postapocalisse (anno 2321) tutto dipinto e con denti marci e si viene a sapere che si tratta del nostro irriconoscibile innamorato anni 90 Hugh Grant: ecco, allora si può godere moltissimo di un film infantile e presuntuoso come 'Cloud Atlas', guardarlo incantati come fosse 'Topolino alla conquista dell'Universo', e tornare a casa con la testa in fiamme, corroborati da una filosofia da 'Voyager'. Ispirato a un fantaromanzo dell'inglese David Mitchell (appena ripubblicato da Frassinelli) e definito infilmabile quindi subito filmato dai famosi americani Lana e Andy Wachowski, quelli di 'Matrix', e dal tedesco Tom Tykwer, quello di 'Lola corre', costato irresponsabilmente 100 milioni di dollari, 'Cloud Atlas' può rivelarsi il film di questo momento di penuria, visto che con la spesa di un solo biglietto è come vederne intrecciati sei e mezzo: purtroppo con gli stessi attori impegnati a cambiare storia, epoca, personaggio, luogo, sesso, carattere e un pessimo trucco che li mortifica." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 10 gennaio 2013)

"'Cloud Atlas' è infilmabile: lo ha detto David Mitchell, autore di questo bizzarro pastiche letterario (Frassinelli), che prima inanella sei storie ambientate fra il 1849 e il 2346 in ordine cronologico e poi le porta a termine a rovescio, partendo dall'ultima come se il romanzo si avvitasse su se stesso. Ma per la trasposizione cinematografica del romanzo, i registi Tom Tykwer e i fratelli Wachowski, hanno seguito un altro schema: quella di un continuo intrecciarsi delle vicende che procedono in parallelo saltabeccando fra passato, presente e futuro, in uno svariare di cornici scenografiche, dalle isole del Pacifico al Belgio, da una futuristica Nuova Seul all'Inghilterra di oggi. E' un'impresa che ha richiesto un impegno produttivo lungo e notevolissimo, costi ingenti, trucchi elaborati per cambiare l'età e le caratteristiche fisionomiche di attori impegnati in più ruoli, alcuni sempre nella parte dei Giusti (Sarandon, Berry, Sturgess), altri destinati a essere i cattivi di turno (Hugh Grant), altri che partono iniqui e finiscono eroi (vedi Tom Hanks, infame medico nell'800 e pastore salvatore dell'umanità nel mondo del 2346 imbarbarito dalla caduta della civiltà). E tutto questo per dire che la molteplicità è un Uno, che la morte è una porta aperta su una nuova realtà, che ogni fine è un principio, che ogni gesto di gentilezza o di crudeltà si insinua nei secoli creando una serie infinita di conseguenze. (...) L'insieme in qualche modo funziona, ma non crea una speciale meraviglia, resta come ingabbiato nel meccanismo, né dà modo di appassionarsi più di tanto, anche se i validi interpreti riescono a comunicare momenti di emozione. Tuttavia, come ha scritto il 'New York Times', non sarà il miglior film dell'anno, però è quello che ti offre di più al prezzo di un solo biglietto." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 gennaio 2013)

"Sei storie. In epoche e in luoghi diversi: dall'America alla Corea, dall'Inghilterra alla Scozia, dall' Ottocento al Novecento, al Duemila e oltre, fino a ricorrere a date di scoperta fantascienza. Con attori che si ritrovano in ognuna di queste storie anche se con personaggi mutati spesso di indole e di sesso. Per suggerire che la morte non esiste e che ogni singola anima può reincarnarsi modificando il proprio futuro e anche i rapporti con gli altri, visto che, come ci riassume il sottotitolo italiano, 'tutto è connesso'. (...) Fra gli interpreti molti hanno nomi celebri, da Tom Hanks, a Hugh Grant e a Susan Sarandon, ma, truccati ogni volta fino ad essere irriconoscibili, faticano a far riconoscere anche i loro stessi meriti. Di nuovo, così, non facilitando allo spettatore la sua partecipazione piena." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 10 gennaio 2013)

"Partiamo dai numeri: tre registi,172 minuti di proiezione, sei tracce narrative ambientate in altrettante epoche con un arco temporale di 500 anni, 13 attori principali che (quasi tutti) interpretano personaggi diversi in ciascuna delle sei storie. La somma è 'Cloud Atlas', il film più ambizioso della stagione. Per i fans, sarà anche il più geniale ed affascinante; per qualcuno, sarà forse il più presuntuoso e balordo. Chi scrive, ve lo diciamo subito, si colloca a metà: c'è del genio, e c'è della balordaggine. Scinderli non è semplice. Un primo modo di separare il grano dal loglio sarebbe analizzare i registi in campo. (...) Il film - questo va detto - ha una sorprendente compattezza, sia a livello visivo che sul piano narrativo, e solo una storia (quella che si svolge a Neo-Seoul, in una Corea del 2144 in stile 'Blade Runner') si rifà dichiaratamente alle atmosfere e ai temi di 'Matrix'. Aggiungete che le sei storie sono continuamente intrecciate, a comporre una parabola unitaria sui destini e sui tempi che si incrociano, e vi ritroverete al punto di partenza. Esattamente come il film, per altro, che si apre e si chiude con la medesima scena. (...) 'Cloud Atlas' sembra un remake a distanza di un secolo di 'Intolerance', ma i registi, pur mettendosi in tre, non hanno nemmeno un centesimo della potenza e della visionarietà di David Griffith. Fermo restando che le ambizioni sono enormi, il film può travolgere o disgustare. Buona fortuna." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 10 gennaio 2013)

"Epoche e personaggi diversi si intrecciano in 'Cloud Atlas' dei fratelli Wachowski e Tom Tykwer, dal romanzo di David Mitchell che immagina le diverse storie svolgersi in parallelo, in un'unica dimensione non soggetta alle regole lineari del tempo. Visivamente fastoso (è il film più costoso mai prodotto dalla Germania) e affascinante nell'idea che le vite degli esseri umani siano collegate tra loro, il film tuttavia pecca di troppa ambizione e confonde, oltre ai piani temporali, anche riflessioni superficiali su reincarnazioni e transfer spirituali, attento soprattutto a incastrare i in maniera un po' didascalica i vari snodi narrativi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 10 gennaio 2013)

"(...) fantascientifico polpettone cucinato a fuoco lento dai fratelli Wachowski di 'Matrix' e Tom Tykwer. Dal romanzo di David Mitchell, 100 milioni di dollari di budget e incassi flop per sfornare tre ore di connessioni temporali, rimandi filosofici, luoghi stracomuni e voli pindarici: un puzzle finto dadaista, con grandi attori truccati male e qualche tassello di valore, ma dall'architettura balorda e dalla poetica tremebonda. Si chiama Atlante delle nuvole, ma è un Reader's indigesto, difficile seguirlo, soprattutto, ne vale la pena?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 10 gennaio 2013)

"Arriva nelle sale con l'etichetta di film ambizioso, come se le altre pellicole venissero prodotte e dirette per il solo gusto del farlo e senza interessi. E' certo, però, che essere il lungometraggio più costoso della storia tedesca ed uno dei più visionari nonché complicati apparsi su grande schermo faccia salire, rispetto alla media, l'asticella dell'aspettativa. Ci hanno messo mano in tanti a 'Cloud Atlas', filmone (come lunghezza) tratto dall'omonimo libro di David Mitchell; forse in troppi, visto che a firmarlo sono sì in tre (Tom Tykwer e i fratelli Wachowsky), ma con rendimento differente. Eppure, nonostante una trama complicata ricca di spunti (para) filosofici (ogni azione rivoluzionaria non è solo legata al proprio periodo ma finisce per germinarne altre nel tempo) e religiosi (la reincarnazione o il transfer dell'anima), al limite della resistenza umana (dura 172 minuti, spesso interminabili), che spazia tra generi diversi (avventura, mélo, thriller, comedy, futuro distopico), saranno in tanti a giudicare positivamente, o con più benevolenza, questo film così particolare. Perché è innegabile che abbia del fascino e, soprattutto, che sia ben recitato da un cast dove ogni attore è impegnato in ognuna delle storie, con ruoli diversi (buoni, cattivi) e, a volte, in maniera irriconoscibile. Sei storie, che si dipanano in tempi diversi, vengono raccontate in parallelo come se fosse un tutt'uno. (...) Un film non facile, insolito, certamente non scontato. Per questo cala di ritmo; ma è coraggioso, possiede un'idea di cinema ed è visivamente notevole." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 10 gennaio 2013)

"Piacerà agli ammiratori del pazzo ingegnaccio dei fratelli Wachowski, i creatori della saga di 'Matrix'. Il sottoscritto non è un ammiratore incondizionato e aveva una gran paura che fossero andati in tilt (tre ore di durata e problemi di identità sessuale per uno dei due). Ma ho dato retta a Tom Hanks (che nell'impresa ha buttato anche la sua fortuna personale) e non me ne sono pentito." (Giorgio Carbone, 'Libero', 10 gennaio 2013)
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