Cesare deve morire

ITALIA - 2012
Roma, carcere di Rebibbia. I detenuti di massima sicurezza recitano Shakespeare: all'interno del carcere, infatti, viene messo in scena un particolare allestimento del 'Giulio Cesare' in cui sentimenti e personaggi vivranno sulla scena con gli attori e nelle celle con i detenuti.

CAST

NOTE

- REGIA DELLE SCENE TEATRALI: FABIO CAVALLI.

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO E IL PATROCINIO DELLA DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA- MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI, CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO E DELL'ASSESSORATO ALLE POLITICHE CULTURALI E CENTRO STORICO DI ROMA CAPITALE.

- ORSO D'ORO E PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 62. FESTIVAL DI BERLINO (2012).

- DAVID DI DONATELLO 2012 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, PRODUZIONE, MONTAGGIO E FONICO DI PRESA DIRETTA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA E MUSICA.

- NASTRO DELL'ANNO 2012. Il SNGCI HA ASSEGNATO ANCHE UN RICONOSCIMENTO COLLETTIVO AL CAST DEL FILM.

- IL FILM E' STATO SCELTO COME CANDIDATO ITALIANO ALLA SELEZIONE DEL PREMIO OSCAR COME MIGLIOR FILM IN LINGUA STRANIERA.

CRITICA

"La coppia di registi pisani, è stato notato, pareva adagiata da decenni, su un cinema piuttosto accademico, mentre 'Cesare deve morire' (...) è indubbiamente uno dei loro lavori più sperimentali e curiosi. I due fratelli ultraottantenni si sono imbarcati in un film piccolo e agile. Non hanno solo ripreso le prove e la messa in scena di un 'Giulio Cesare' di Shakespeare con i detenuti di Rebibbia, ma hanno contaminato realtà e finzione, rielaborando le reazioni degli «attori» davanti all'arte, sfruttando l'energia e il transfert di queste vite nel dramma. Il successo di critica (italiana) e la vittoria a Berlino ci dicono forse un paio di cose, sul cinema italiano e non solo. La prima riguarda la possibilità e la necessità di un cinema «leggero». I Taviani hanno intuito che una delle poche vie praticabili, oggi in Italia, sono le produzioni poco ingombranti, che permettano un confronto con la vita senza subire i contraccolpi di una realtà produttiva sempre più in crisi. (...) Che, nel film dei Taviani, le battute di Shakespeare in bocca a condannati per associazione mafiosa o spaccio suonino credibili, ci conferma che le tragedie moderne sembrano stare di casa più tra sottoproletarie marginali che in ambienti piccolo o alto-borghesi (...). Dopo tutto, in un altro carcere, a Volterra, un grande teatrante visionario come Armando Punzo crea da oltre vent'anni spettacoli belli e importanti mettendo in scena proprio questo dualismo. Una realtà che contraddice Aristotele quando sosteneva che la tragedia, diversamente dalla commedia, deve raccontare persone 'migliori di noi'." (Emiliano Morreale, 'Venerdì di Repubblica', 2 marzo 2012)

"I Taviani e il teatro di Shakespeare. Trasformato in cinema - in un grande cinema - con la trovata geniale di far rappresentare uno dei suoi drammi più celebri, il 'Giulio Cesare', da detenuti di un carcere romano, quello di Rebibbia. Si comincia a colori. Con la ricerca fra i detenuti di quelli che potrebbero recitare in uno spettacolo che dovrà svolgersi tra le mura del carcere. Poi, in uno splendido bianco e nero esaltato dal digitale, inizia il dramma. Con i suoi interpreti che, scortati, lasciano le loro celle per partecipare alle prime prove in un palcoscenico improvvisato: le parti imparate a memoria, le battute dei primi atti, con un'altra splendida trovata, quella di lasciare che i singoli 'attori' si esprimano nei loro dialetti d'origine, in maggioranza meridionali, non solo non sminuendo quel testo quasi sacro ma, anzi, dotandolo di una vitalità e di sapori di cronaca dal vero di cui doveva far sfoggio quasi soltanto quando si recitava al Globe Theatre nell'inglese del Seicento. Allo snodarsi di fronte a noi della vicenda raccontata da Shakespeare, Paolo e Vittorio Taviani hanno qua e là accompagnato l'enunciato di piccoli casi privati di questo o quel detenuto coronati, a un certo momento, dalla constatazione che alcuni di loro fanno sulla contemporaneità di situazioni, per qualcuno anche personali, incontrate in un testo pur distante secoli da loro: quasi a testimoniare dell'eternità dell'arte. Si segue con il fiato sospeso. Certo, grazie a Shakespeare, ma anche per quella interpretazione diretta, anzi, addirittura nuda che, nonostante queste o forse proprio per questo, ad ogni svolta, ad ogni battuta è di una intensità sempre lacerante. Specie quando, per rappresentarci il coro dei Romani prima e dopo l'uccisione di Cesare, non si muovono masse in scena, ma si fanno ascoltare le invettive e le grida di altri detenuti affacciati numerosi da finestre con le sbarre. (...) L'ultimo 'Giulio Cesare' che ho visto al cinema è stato quello di Mankiewicz, nel '53, con Marlon Brando. Da oggi ricorderò con altrettanta ammirazione quello dei fratelli Taviani, con Antonio Frasca." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 2 marzo 2012)

"Dopo i trionfi berlinesi (Orso d'oro, meritatissimo) arriva per 'Cesare deve morire' il momento della verità: l'incontro con il pubblico. La palla passa a voi, cari spettatori: abbiate coraggio, non fidatevi dei luoghi comuni e dei cattivi consiglieri. Vi sussurreranno: Shakespeare, girato in carcere, in bianco e nero, sai che palle! Niente di più falso!!! Innanzi tutto la durata del film (76 minuti compresi i titoli di coda, poco più di un'ora) è già garanzia di capolavoro. Inoltre, ai fratelli Taviani riesce un miracolo calare i versi del Giulio Cesare nella quotidianità dei reclusi di Rebibbia, come fossero i loro pensieri, il loro inconscio, la loro vita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 marzo 2012)

"Si svolge in un reparto di sicurezza del carcere romano di Rebibbia e racconta la messa in scena di una tragedia scespiriana recitata da un gruppo di detenuti, sotto la guida del regista Fabio Cavalli da dieci anni impegnato in questa attività, ma non è un documentario, e non è neppure teatro adattato per lo schermo: è un puro distillato del cinema e delle tematiche dei Taviani. (...) Ottimo il sintetico taglio drammaturgico del meraviglioso testo, felice l'idea (di Cavalli) di far parlare gli attori nei loro dialetti; indovinata squadra di interpreti (fra cui straordinari Striano e Vega), la cui vita spericolata alimenta di lacrime e sangue il gioco recitativo; emozione colma di quando si toccano corde umane profonde." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 2 marzo 2012)

"Piacerà a chi ama farsi intrigare dal cinema nel cinema. La giuria del Festival di Berlino evidentemente s'è lasciata coinvolgere assegnando al film un Orso d'oro non demeritato, ma neppure meritatissimo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 marzo 2012)

"Shakespeare a Rebibbia, interpretato dai detenuti della sezione alta sicurezza. Il 'Giulio Cesare' sembra scritto per loro, che conoscono la violenza. Che conoscono il potere. Orso d'Oro a Berlino, il film dei fratelli Taviani sembra il punto zero di molti gangster movies che raccontano l'avvicendamento delle cupole, l'eliminazione di capi scomodi, i tradimenti. 'Cesare non deve morire' è (anche) la scarnificazione del cinema di genere, riportato su un palcoscenico assoluto, quello di una galera. Il luogo più estremo, dove la libertà è preclusa e restano solo le pulsioni essenziali. La forza del film è nell'aver messo in scena il dramma inglese senza soluzione di continuità: gli attori lo declamano nella loro cella, durante l'ora d'aria, sul palco. Non c'è confine tra la loro vita e la 'finzione', perché la rappresentazione è la prima forma di analisi e l'autocoscienza è tutto ciò che può ridare fiato all'esistenza. Girato in digitale, in un bianco e nero su cui irrompe a tratti un teatralissimo colore, 'Cesare deve morire' è costellato di immagini potenti. Specie quando la macchina da presa scruta le grate del carcere, o distaccata lo osserva dall'esterno, come se Rebibbia fosse un'astronave atterrata per caso sulla terra. In quella astronave ci sono gli elementi primari della vita. In ogni vita c'è la lotta, in ogni vita c'è una galera. Splendida colonna sonora di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, preziosa nel sottolineare la forza dello sguardo." (Eleonora Battocletti, 'Il Fatto Quotidiano', 1 marzo 2012)
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