120 battiti al minuto

120 battements par minute

FRANCIA - 2017
Inizio anni Novanta. L'AIDS sta uccidendo da quasi dieci anni e gli attivisti di Act Up-Paris decidono di moltiplicare le loro azioni per sconfiggere l'indifferenza generale. Nathan, un nuovo arrivato nel gruppo, viene ben presto sconvolto dalla radicalità di Sean, un ragazzo che sta consumando le sue ultime forze per le battaglie dell'associazione.

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI : CANAL+, CINE+, FRANCE TELEVISIONS, CENTRE NATIONAL DU CINEMA ET DE L'IMAGE ANIMEE, NOUVELLES TECHNOLOGIES EN PRODUCTION ; CON IL SUPPORTO DI : LA REGION ILE-DE-FRANCE (CON IL CNC), CICLIC-REGION CENTRE-VAL DE LOIRE (CON IL CNC), LA PROCIREP; SVILUPPATO CON IL SUPPORTO DI INDÉFILMS INITIATIVE 5.

- GRAND PRIX AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"Il film, Gran premio a Cannes, è dispensatore di civiltà e conoscenza sul tema Aids - considerato vintage dalle very idiot persons - e ha l'andamento di una docu-fiction che con un'unica freccia passa dal cervello al cuore. Campillo rievoca i dibattiti all'Act Up creata nell'89 da gay in massima parte sieropositivi a Parigi contro le ingiustizie: inerzia del governo, ritardi delle case farmaceutiche, ignoranza del tema nelle scuole dove mancano informazione e prevenzione, per cui il divieto, tutto italiano, ai 14 anni suona a sproposito. (...) Il film passa dai momenti del «piacere» della denuncia a quelli intimi creando un'unica identità collettiva in cui i coriandoli rosa si trasformano in virus al microscopio e la Senna si tinge di sangue. Il racconto stesso è un fiume di 140' che passa e restituisce vita ai militanti sempre presenti nella coscienza: la notte più lunga eterna non è." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 ottobre 2017)

"Sarebbe riduttivo etichettare '120 battiti al minuto' (...) come un altro film sull'Aids. Il modo in cui è narrata la malattia (e la militanza dell'ActUp, che nei primi anni 90 lottò contro il silenzio che la circondava) ha poco a che vedere con 'Philadelphia' o altri, pur dignitosissimi, film sul tema. Robin Campillo lo costruisce come uno spazio mentale, ritmandolo sui 120 battiti del titolo (quelli della musica house su cui danzano i personaggi) e rinchiudendolo in pochi luoghi (...). L'andamento temporale non è cronologico, ma procede per associazioni, parallelismi, ritorni all'indietro, anticipazioni. Straordinario che, in una costruzione così complessa, le scene delle assemblee abbiano la spontaneità del documentario in presa diretta. La parte corale, davvero straordinaria, è interpretata dai giovani attori con un'energia e una partecipazione ammirevoli. Poi il film si articola in una sotto-trama d'amore tra due personaggi (...) che serve senza dubbio a individualizzare il dramma dell'Aids, introducendo nel film la chiave del 'romanzo di formazione' (...), però riconduce il film entro binari più convenzionali." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 5 ottobre 2017)

"Abituale sceneggiatore di Laurent Cantet, alla sua seconda regia Robin Campillo mostra indubbio talento a ricostruire un quadro corale di militanza d'epoca, lasciando scaturire con freschezza fenomenologica dati e problematiche sull'onda degli animati dibattiti del gruppo. Ma, pur interessante, questa parte avrebbe guadagnato a essere più concisa; mentre il film trova la sua misura poetica quando si focalizza sul rapporto sentimentale fra il sensibile Nathan e il sieropositivo Sean, ormai sulla china della morte. Registrati con amoroso pudore, i dettagli di un'intimità che è condivisione di dolore assurgono a momenti di pura emozione; e i due interpreti sono incredibilmente veri e toccanti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 5 ottobre 2017)

"Robin Campillo, già talentuoso sceneggiatore del connazionale Roland Cantet, non parla mai a vanvera e, a maggior ragione in quest'occasione, non solo mette a punto un'opera lunga (144') e precisa in ogni dettaglio, ma rende conto di un'appartenenza personale, essendo anch'egli entrato in Act Up Paris proprio negli anni descritti nel suo film. L'immersione del regista nei fatti accesi e nelle atmosfere dolenti di quel tempo e di quelle precise situazioni umane è imponente: avviando l'opera corale con una lunga introduzione nell'aula dei dibattiti (...), intervallata dalla messa in scena di alcuni raid dimostrativi, la conduce gradualmente verso l'intimità degli interni privati ove la storia d'amore fra Nathan e Sean prende corpo. Il percorso cine-linguistico qui praticato da Campillo è interessante perché si manifesta come un grande 'close-up' a stringere sui due ragazzi, rappresentanti di un amore ferito 'ab origine' eppure straordinariamente puro. Contestualmente il rumore assordante dei flash mob e delle chiacchiere sui banchi dell'aula viene a cessare dando spazio (e tempo) alla voce del cuore, all'accompagnamento della musica classica e, non per ultimo, a un 'silenzio' non più mortifero bensì carico di vita, mentre nottetempo la Senna si tinge di un rosso peccaminoso. Quello di chi non sapeva (o non sa) ascoltare e vedere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 5 ottobre 2017)

"Nella ricostruzione delle azioni dimostrative del gruppo parigino Act-Up nel 1989 contro le multinazionali del farmaco e le omissioni d'informazione sulle cure, questo mélo corale 'in soggettiva' del collettivo (camera a mano, riprese semi documentaristiche delle riunioni) si prende tutto il tempo necessario per spostarci dalla resistenza civile alle radici dell'amore, e ritorno. (...) Membro del movimento dal 1992, Campillo trova una strada originale tra 'Philadelphia' e 'Dallas Buyer Club'." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 5 ottobre 2017)

"(...) Robin Campillo e Philippe Mangeot (regista e sceneggiatore, entrambi ex di Act Up) evitano di filmare il palmares politico (ampio) di Act Up. Evitano soprattutto di legarne narrativamente il percorso a quello di un singolo malato. (...) la forza di '120 battiti al minuto' (...) sta (...) nel fatto di non (limitarsi a) filmare un soggetto (la malattia), ma di costruire un problema non tanto politico ma del politico: il che vuol dire non solo chiedersi in che misura la malattia è stato un vettore della militanza (di Act Up) ma anche se in essa non si riveli un certo limite del politico." (Eugenio Renzi, 'Il Manifesto, 5 ottobre 2017)

"Il film di Campillo è eccezionale per come riesca a renderci invisibili come spettatori durante gli articolati dibattiti (ricorda 'La classe' di Cantet per la chiarezza sulle dinamiche di gruppo; Campillo era infatti co-sceneggiatore) passando poi con naturalezza a momenti privati di grande delicatezza e sensualità." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 ottobre 2017)

"Film con validi fini, ma inutilmente prolisso, che ha fatto, ovviamente, gridare al capolavoro." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 5 ottobre 2017)

"L'argomento è ingrato, ma il regista Campillo lo giostra con sensibilità e pudore. E azzecca pure qualche ardita metafora (la Senna che si tinge di sangue come nelle canzoni della Rivoluzione)." ('Libero', 5 ottobre 2017)

"(...) Robin Campillo ha sorpreso tutti con un film che sdegna l'attualità e le mode autoriali. Con scrupolo documentale, '120 battements par minute' ('120 battiti al minuto') rievoca gli anni, a cavallo dei Novanta del secolo scorso, quando l'Aids si diffondeva senza trovare freni, la medicina sembrava impotente e la politica (il film è ambientato a Parigi) preferiva chiudere gli occhi. Al centro, i militanti di Act Up che moltiplicano le azioni pubbliche per scuotere l'opinione pubblica e sensibilizzare la società sui problemi dei malati. (...) Campillo lavora per accumulo, come preoccupato di non nascondere niente dei suoi militanti e cercando la forza delle emozioni grazie a un gruppo di giovani attori dove svetta Nahuel Pérez Biscayart nel ruolo dell'esuberante Sean. A volte il film rischia qualche ridondanza, ma su un argomento così scivoloso come quella che era chiamata «la peste del secolo» sa evitare moralismi e prediche e chiede allo spettatore un meritorio salto indietro nella memoria." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 maggio 2017)

"Ambientato nei primi anni Novanta, analizza il gruppo dall'interno, ricordando che in questi casi il personale è davvero politico. Con poche cadute didascaliche, come il montaggio parallelo tra un rapporto sessuale e la dispersione delle ceneri di un militante morto. In questa chiave si giustifica il versante mélo, anche se Campillo, ottimo sceneggiatore (ha collaborato spesso con Laurent Cantet), è regista dallo sguardo a volte incerto: le singole scene durano sempre troppo (e infatti le due ore e un quarto di durata sono faticose), la musica è talvolta enfatica. Anche se la serietà del regista è indiscutibile: racconta cose che conosce, e si vede." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 21 maggio 2017)

"(...) è attraverso il rapporto con la malattia (come metafora) che emergono il conflitto, l'omofobia, i pregiudizi sociali mai sopiti e molto accesi anche oggi. Fuori la battaglia, il Gay Pride, la guerrilla contro la multinazionale di stato, la controinformazione nelle scuole - la faccia della ragazzina supponente che tanto lei non si ammala, mica è gay - i momenti di intimità tra Sean (Nahuel Perez Biscayart) e il suo compagno Nathan (Arnaud Valois) conosciuto nel gruppo. Dentro il confronto, le litigate, le strategie - nel cast anche Adèle Haenel già protagonista per i Dardenne. Cosa fanno, chi sono, quale è la vita privata di ciascuno oltre quella stanza e l'impegno non lo sappiamo ma non importa. Campillo ha raccontato di essere partito dal suo vissuto, l'esperienza da attivista in quegli stessi anni con Act Up, e la continuità tra vita e politica è la scommessa di questo racconto." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 21 maggio 2017)
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